Intervista e fotogallery di “Delirio a due”

 

Intervista al regista Daniele Castellari

In mezzo a questa estrema incomunicabilità, attraverso due personaggi che vivono questa situazione al limite del possibile, voi cosa volevate comunicare?

La domanda è legittima. Dovete sapere che questo testo era caduto molto in disuso, ed era rimasto il testo del 1962 che mostrava tutte le sue rughe. E’ un testo che nella storia del teatro viene etichettato come “Teatro dell’Assurdo”; nel ’62 queste situazione erano davvero assurde ma oggi temo che la quotidianità abbia superato l’assurdità delle situazioni di scena. Se oggi ci fosse Ionesco probabilmente lo definirebbe teatro “realistico”. Il nostro tentativo di regia è quello di farlo passare per un testo che mantiene comunque alcune assurdità, per esempio, fuori c’è la guerra ma loro sono preoccupati solo delle loro piccole bagatelle, intanto arrivano proiettili che però sono bambole, bottiglie, cose strane, pipe, un po’ alla Magritte, esattamente come prevedeva il testo originale. Nel mentre, però, loro si parlano come una qualsiasi coppia scoppiata di oggi. La realtà ha fatto la regia superando quello che veniva considerato assurdo quarant’anni fa.

Quindi è la realtà fuori ad essere assurda ed il loro rapporto è invece reale?

Sì, il loro rapporto è reale ed è reale anche l’ attacco dal mondo esterno. La loro reazione rispetto a questa guerra che viene da fuori, ovviamente in modo caricaturale, siamo in teatro, è la stessa reazione che abbiamo noi davanti a una guerra lontana, che vediamo in televisione.

Ionesco, già ai suoi tempi, affermava che il suo non era un teatro dell’assurdo…

Questa affermazione si è rivelata profetica. Le situazione paradossali mantenevano un tantino di teatralità, il resto era già la denuncia di alcune cose che nella società parigina dell’epoca lui già vedeva.

L’incomunicabilità di Ionesco non è la stessa di Pirandello, un’incomunicabilità meno metafisica, molto pedestre, quotidiana. Il nostro sforzo è quello di cercare il buono in questi due personaggi pazzeschi.

C’è qualcosa di positivo in questi due personaggi o è tutto tremendamente sbagliato e loro sono solamente superficiali?

Di positivo sicuramente non c’è nulla. C’è qualcosa di recuperabile, qualcosa di umano, che fa sperare. In scena viene messa in gioco la loro umanità. Questi due non si ascoltano. Si potrebbe fare un esperimento… dovremmo fare un’ora e cinque di spettacolo e poi mostrare tutti gli errori comunicativi nel rapporto di coppia. Forse per solitudine, forse nemmeno loro sanno perché ma comunque per farsi forza si cercano, stanno insieme. Questa affermazione è brutale e nichilista: alla fine loro stanno insieme per litigare. Io ho l’impressione che oggi questa cosa sia quasi stata superata, le persone stanno insieme e non litigano neanche. Non c’è conflitto, manca la comunicazione, rimane solo la totale indifferenza. Qui un margine rimane e il conflitto tra i due scoppia. Ionesco presenta due personaggi e ogni tanto viene rievocato il marito. Lei continuamente rinfaccia all’attuale compagno una serenità che col marito possedeva e con lui no. Prova una malinconia per quello che non c’è e se ci fosse, ovviamente, non sarebbe comunque soddisfatta. Noi abbiamo ipostatizzato questa figura del marito che in scena comunque è presente, non parla mai ma sottolinea coi movimenti, anche a scopo comico, alcune affermazioni.

Nella vostra biografia scrivete che lo scopo del teatro “L’Attesa” è la promozione di spettacoli e eventi “nello spirito del Vangelo”. Cosa significa questa frase?

Pirandello al suo amico Pietro Mignosi, che era un prete e anche il suo primo critico, diceva “il teatro è il luogo dove la borghesia dovrebbe venire a fare gli esercizi spirituali”. Il teatro è utile se ti da gli schiaffoni. Se il teatro è fatto per l’applauso e la risata facile è teatro televisivo. Se il teatro scava, anche con il comico, con la battuta, l’ironia diventa allora davvero esercizio spirituale, non dei monaci ma della borghesia, cioè di tutti. Secondo me la forza del Vangelo non è la predicazione per la conversione ma la messa in mostra della contraddizione forte di un messaggio che comunque va contro corrente. Il teatro è per me evangelico toutcourt, fin dai tempi in cui Sparta e Atene se la davano di santa ragione e Aristofane le prendeva sommamente per il culo (questo poi lo togli). Aristofane poteva essere d’accordo con una o l’altra ragione della guerra ma voleva poi farci riflettere sulle ragioni della pace.

Questo essere “anti” per me è profondamente evangelico.

Tornando allo spettacolo, c’è qualcuno che esce vincente da questo gioco al massacro?

La statua. Non so quanto siete pratici di letteratura, per me, insegnandola, è una deformazione, ma se ricordate anche Leopardi nelle “Operette Morali” fa esprimere la sua opinione a un personaggio esterno. La statua è come il folletto, lo gnomo… quello che sta fuori e che ha quindi il diritto di giudicare. La statua è un po’ come il Don Giovanni in Moliere, un convitato di pietra, che attraverso le espressioni facciali e piccoli movimenti commenta la vicenda e vede attraverso l’altro la storia che lui per primo ha avuto con lei.

Un vincente c’è ma abbastanza amaro, per poter capire ha dovuto perdere. E ha capito perché era fuori dal rapporto, perché era statua. La domanda diventa: ma dobbiamo diventare statue per essere vincenti? Montale diceva “la statua nella sonnolenza del meriggio, la divina indifferenza”, per non essere toccati dal conflitto dobbiamo essere così?

Questi due sono biecamente indifferenti ma hanno conservato la voglia di arrabbiarsi. Lei è insopportabile e lui più passivo, subisce. C’è la guerra civile fuori, i morti e loro sanno solo discutere del fatto che la tartaruga e la lumaca siano o meno lo stesso animale…

Ho letto le note di regia dei regista di un’altra compagnia che l’anno scorso ha portato in scena un “Delirio a due”. Lui sosteneva che noi non discutiamo di tartarughe o lumache, tema inattuale, ma stiamo sul divano di casa e ci chiediamo…. ma l’ iphone e il galaxy, saranno la stessa cosa?

Galleria fotografica

  • delirio_a_due-5081
  • delirio_a_due-5085
  • delirio_a_due-5086
  • delirio_a_due-5089
  • delirio_a_due-5099
  • delirio_a_due-5100
  • delirio_a_due-5108
  • delirio_a_due-5110
  • delirio_a_due-5115
  • delirio_a_due-5121
  • delirio_a_due-5127
  • delirio_a_due-5149
  • delirio_a_due-5165
  • delirio_a_due-5169
  • delirio_a_due-5186