Ottavia Piccolo: intervista e fotogallery

Lei ha iniziato la sua carriera all’età di 10 anni. Cosa si prova a essere sul palcoscenico già a questa età?                     Ho cominciato per caso, nessuno in casa mia faceva l’attore. Mia madre lesse che cercavano una bambina per “Anna dei miracoli”, una commedia che racconta di una bambina sordomuta (di cui poi è stato fatto anche un film, molto interessante). Fui scelta. Per me recitare era un gioco, come è per tutti i bambini. Si gioca ad essere un’altra persona. Non mi sembrava una cosa difficile, anzi, normale. Poi da lì ho continuato e non ho mai smesso. Non ho mai fatto nessuna scuola di teatro. E’ stato un percorso molto lungo, piacevole, pieno di cose belle. Ho fatto sempre esperienze bellissime.

Ha detto che si è trattato di un percorso. Suppongo abbia fatto dei sacrifici, soprattutto nel periodo dell’adolescenza..
Sì, nell’adolescenza sì, sebbene non siano stati sacrifici coscienti. Continuavo a lavorare e mi piaceva, poi crescendo mi sono resa conto che mi era forse mancato il periodo di crescita con i miei coetanei, poiché non andavo a scuola e avevo colleghi sempre più grandi di me. Non c’è stato quello scambio che avviene in quel periodo tra gli amici, la vita di gruppo, quando si fanno le stesse cose e si hanno molti sogni da condividere. Però tutto questo non mi è sembrato un sacrificio. E comunque in ogni lavoro occorre fare dei sacrifici. Quando si decide il mestiere che si vuole fare, è chiaro che automaticamente ciò significa studiare, capire, sacrificare ad esempio le vacanze. Per me c’è sempre stato solo il lavoro.

Dati i riconoscimenti ottenuti e la sua ampia carriera, tra i mondi di cinema, teatro e televisione, in quale di questi si sente più a casa e riesce a comunicare meglio col pubblico?
Indubbiamente il teatro, perché mi ha dato maggiori possibilità di crescita spirituale, umana, professionale. Ho iniziato partendo proprio da esso e non l’ho mai abbandonato nemmeno mentre lavoravo nel settore cinematografico. Il cinema è un ottimo mezzo, gli attori sono fondamentali ma sono soltanto uno dei tanti elementi che compongono il film; il tuo lavoro è sempre visto da qualcun altro, non hai un controllo diretto e totale su ciò che fai. Invece a teatro sei tu, in prima persona. Per questo ho avuto maggiori soddisfazioni, nonostante ci siamo più rischi più si va avanti perché sei comunque tu il motore delle cose che fai.

Nella società odierna cosa può dare il teatro?
Sono due cose diverse che da il teatro, a chi lo fa e a chi lo vede. Penso comunque che il teatro abbia la funzione che ha sempre avuto, ossia quella non soltanto di far trascorrere due ore pensando ad altro, ma soprattutto di raccontare gli esseri umani, i sentimenti, la contemporaneità. Raccontare la società: il teatro ha sempre fatto questo, come la letteratura. In particolare il teatro dovrebbe approfondire le cose di cui ci occupiamo quotidianamente. Il suo obiettivo dovrebbe essere proprio quello di far pensare. Tra il teatro e la televisione c’è la stessa differenza che c’è tra un giornale e un libro.

“Donna non rieducabile” racconta la storia della giornalista Anna Politkovskaja. Una donna
dominata dalla sete di verità e dalla costanza nel combattere. Chi sono gli Anna Politkovskaja
di oggi?
Secondo me di giornalisti, operatori culturali e dell’informazione che hanno la stessa tensione morale ed etica di Anna, ce ne sono molti. Lei è diventata un simbolo perché è stata uccisa, ma purtroppo in molti come lei hanno perso la vita, e non solo in Russia. Proprio in questo Paese, dalla caduta dell’impero sovietico alla morte della Politkovskaja furono uccisi 300 giornalisti. Nei Paesi dove c’è una democrazia controllata, come in Russia, il mestiere di giornalista è molto difficile e pericoloso se lo si vuole fare seriamente. Altrimenti ci si lega al carro e lo si fa…. Nel nostro testo diciamo che il 90% dei giornalisti russi in quel periodo possedeva una tessera politica e ciò non significa essere un giornalista, bensì un portavoce. Se uno è libero da questi vincoli, invece, facilmente disturba. Lei disturbava parecchio e l’hanno fatta tacere.

Alla trasmissione Che tempo che fa, dove è stata ospite, ha detto che di donne non rieducabili al mondo ce ne sono molte. Può farci qualche esempio?
Certamente. Ilda Boccassini , la PM adesso vice-procuratore di Milano che si occupa di mafia e ‘ndrangheta calabrese, grazie alla quale sono stati fatti molti arresti e date molte condanne negli ultimi giorni. Lei è sicuramente una donna che non sa stare zitta. Poi c’è una giornalista del Mattino di Napoli, Rosaria Capacchione, che si è sempre occupata di camorra ed è costretta a vivere con la scorta. Poi anche la Gabanelli, un’altra che è indubbiamente impossibile far tacere. Ce ne sono moltissime, ma ci sono anche uomini che hanno le stesse virtù. Alle volte, però, è contemporaneamente più difficile e più facile fare certi mestieri per le donne, non perché venga loro spianata la strada, ma perché sono meno condizionate dal potere e dalla voglia di arrivare in alto. Se una donna decide di mettersi in gioco significa che non ha paura né per sé, ne per la sua famiglia, anche se sa di rischiare molto.

Perché la scelta di non avere una scenografia?
Lo spettacolo è nato come una lettura, quindi in scena non vi era nient’altro se non io, le luci , una sedia e un tavolino, ma soprattutto un’arpa ed una musicista che suona dal vivo. Quando poi abbiamo cominciato la tournée, abbiamo capito, d’accordo col regista Silvano Piccardi, che non era necessario nient’altro se non le parole di Stefano Massini (ispirate agli articoli di Anna). Bastavano le parole a raccontare, a creare le immagini. Le immagini sarebbero state sicuramente più suggestive delle parole, ma in un momento in cui siamo sommersi da un flusso continuo, le immagini non ci commuovono, non ci spaventano, non ci preoccupano più, perché siamo troppo abituati. Le parole sono più forti, la gente pensa di più se ascolta delle cose, invece di vederle. Tutto questo per quanto riguarda il teatro, mentre nella versione cinematografica che abbiamo fatto per la Rai, chiaramente abbiamo anche utilizzato delle immagini tra l’altro con un’ambientazione particolare, molto suggestiva che ricorda assai la Cecenia.

Howl – La redazione

(Foto di Pietro Magnani e Irene Ferri)

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