Giorgio Comaschi: intervista e fotogallery

E’ un piacere averla qui e poterla intervistare.
Quando mi danno del Lei mi fa sempre un’ impressione…

Da quando ho saputo che sarebbe venuto qui seguo la sua rubrica su Il Resto del Carlino on line, la Piazza di Comaschi. 

Il futuro è lì. Il mondo è pieno di inconsci cabarettisti meravigliosi. Lei dal 1978 è iscritto all’ albo dei giornalisti e tra le tante cose ha anche lavorato per un importante quotidiano, La Repubblica.

Durante la sua adolescenza ha mai pensato che sarebbe diventato un giornalista?
Sì. Mio padre era un cronista di nera e un fotoreporter, figura ormai scomparsa. Se c’ era un delitto lui andava, faceva le foto, dava le foto al giornale perché venissero sviluppate e poi scriveva il pezzo. Veniva chiamato di notte perché il marito aveva preso a martellate la moglie non so dove. Sentivo racconti pazzeschi, è stato lui che mi ha poi introdotto al giornale. Ho iniziato con lo sport, si iniziava sempre con lo sport, insieme a Italo Cucci, al Carlino. Poi sono passato a Stadio, poi Repubblica. Alla fine sono arrivato alla televisione e, arrivato lì, ho smesso di fare il giornalista.

Perché?
Mi convinse Lucio Dalla. Fu lui che risolse il dubbio esistenziale che era nato dopo la convocazione di Scalfari che mi aveva detto: o giornale o televisione. Repubblica iniziava infatti a uscire il lunedì, un tempo non usciva il lunedì, e io che facevo il giornalista sportivo avrei sicuramente dovuto lavorare la domenica ma la domenica avevo Tele Montecarlo, facevo Gara Goal allora. Lucio Dalla al telefono sentendomi così dubbioso mi chiese: “Ma è come se ti avessero chiesto: Vuoi mangiare tre chili di pomodori o volare?! Te devi dire: Volo!”. Sono rimasto folgorato da quella frase, lui è un visionario pazzo. Allora mi sono detto, va bene: volo. Mi sono licenziato, rischiando. Alla fine sono stato contento. Ho fatto due anni di Gara Goal, poi mi hanno preso Quelli che il Calcio, poi ho lavorato due anni con la Carrà, poi la Zingara… Ho fatto dieci anni di televisione, che non mi piaceva, una televisione che non mi dava niente se non popolarità e soldi. Non era la televisione che avrei voluto fare io, la Carrà, Rai Uno, il varietà in prima serata.

Per questo è tornato a fare il giornalista?
Sono tornato a casa perché, non avendo raccomandazioni, a un certo punto, nessuno mi ha più chiamato. Io non sono andato a cercarli. Quando ti prendono a fare un programma la qualità è il sesto, settimo motivo per cui ti prendono. C’è la telefonata dietro di qualcuno, sei simpatico a uno, incontri per caso uno al bar… Di me si sono dimenticati, non mi hanno più detto niente e io non ho più detto niente a loro. Sono tornato a casa, mi sono rimesso a scrivere e a fare del teatro, che non avevo mai abbandonato. Ho scritto qualche libro, ho fatto spettacoli che mi hanno dato soddisfazioni. Gli autografi gli avevo già fatti, la gente mi aveva già riconosciuto per strada.

Quanto ha influito la sua città, Bologna, e quanto influisce tuttora sulla sua carriera?
L’ ottanta per cento. Bologna è una città strepitosa anche se chi ci vive si lamenta. E’ una città creativa, affascinante, misteriosa. Guardate i fenomeni musicali, comici, che nascono a Bologna. E’ una città nella quale c’è il gusto di stare insieme, che vive nell’ equilibrio tra la metropoli e il “paesone” che ti da una grande qualità della vita. Io sono sempre contento di tornare, come tutti quelli che fanno gli spettacoli e tornano di notte poi magari ci si trova nelle osterie, Guccini, Dalla, i musicisti…

Lei durante questi mesi ha intervistato molte persone comuni per strada, a Bologna. E’ un momento difficile per l’ Italia, quante di queste persone secondo Lei sono davvero interessate all’ attualità e quante la ignorano? Perché?
Bisogna fare una grande distinzione tra le persone giovani e le persone anziane. Gli anziani non hanno mai dubbi, hanno solo certezze. Con il dito ti dicono: questo è così. Il giovane è invece pieno di dubbi, più incerto. La attualità la seguono tutti, in realtà. Gli anziani i pensionati hanno più tempo e una capacità di sintesi che neanche i grandi giornalisti americani possono vantare. Sono andato in piazza a Bologna l’ altro giorno e ho chiesto a un gruppo di pensionati: “Come siamo messi?” Uno mi ha risposto: “Siamo in mano ai tedeschi”. E’ una frase strepitosa, un dono della sintesi folgorante.

Nel 2008 ha portato in Australia uno spettacolo su Guglielmo Marconi e l’ invenzione della radio. Dopo siete andati a New York, a Vancouver, a Montreal, a Londra… cosa significa portare il teatro italiano all’ estero?
Queste grandi comunità di italiani vedono arrivare qualcuno che porta uno spettacolo italiano in italiano, c’è sempre una grande emozione. Dovresti farlo anche in inglese perché le nuove generazioni, i figli, i nipoti, non capiscono ma gli emigrati vogliono sentirti parlare in italiano.

Lei ha lavorato per la radio, per la televisione, fa teatro, ha fatto il giornalista. Sono tutti mezzi di comunicazione: secondo lei qual’ è il più utile e quale preferisce?
Quello che in assoluto mi ha dato di più è stata la radio. Per due anni ho fatto Quelli che la Radio con Giorgio Conte, fratello di Paolo, Veronica Pivetti e altri la domenica pomeriggio su Radio2. In radio c’è un’ aria salubre, non inquinata. In radio si respira aria come in alta montagna. Non è schiava degli ascolti, è un sistema di comunicazione che mi piace moltissimo, accende la fantasia, immagini una faccia che scopri essere diversa.

Lei è un attore. Cosa ne pensa del teatro?
Credo che la gente vada molto meno in teatro, ha meno soldi e poi spesso rimane in casa per vedere il Grande Fratello e queste cose qui. Mentre in altri paesi europei un attore di teatro è al top, in Italia è al top chi partecipa al Grande Fratello, all’ Isola dei Famosi perché diventa l’ idolo dei ragazzi. E’ un grande problema. Io amo il teatro perché in teatro uno più uno fa due. La gente ti scopre, ti vede, sa chi sei, ha pagato un biglietto per vedere te, ha parcheggiato la macchina. Ogni spettatore è preziosissimo.

Il suo spettacolo si chiama “Ma te ci sei su Feizbuk?”, cosa l’ ha spinta a scrivere uno spettacolo con questo titolo e su questo tema?
In realtà quello su Facebook è solo un breve monologo rispetto allo spettacolo che vederete stasera che è fatto di tanti pezzi sui tic della gente, sulle mode, le manie: è uno spettacolo vario, di cabaret, passa da una cosa all’ altra senza un filo conduttore ben preciso. Quello su Facebook è un monologo che tratta della sudditanza che abbiamo nei confronti di questo sistema. Mettiamo le nostre cose lì perché siamo soli, facciamo un villaggio globale nel quale tutti sappiamo cosa stiamo facendo: mi fa ridere, anche se io sono su Facebook come gli altri. Vado a vedere le notizie. E’ una cosa un po’ da guardoni. Ho intitolato lo spettacolo per incuriosire la gente ma avrei potuto intitolarlo “Gli anni delle sciarpe” o “Gli anni di quelli che guardano il telefono al cinema”.

Possiamo parlare di Facebook-dipendenza?
Sì, sicuramente. C’è gente che se non da la buonanotte a tutti non è contenta, gente che buongiorno, buonasera, mi sto tagliando le unghie, sto andando a tavola… La gente dice cose intime per dare sfogo alle proprie insicurezza. Ho scritto sul Carlino una lettera a Vasco Rossi che si è anche arrabbiato. Contestavo il fatto che lui avesse aperto un profilo Facebook. E’ sceso tra i mortali mentre lui è una rock star, deve rimanere su un altro livello. Forse aveva bisogno di una sicurezza.

In questo spettacolo vedremo come la comicità diretta può unirsi a osservazioni sulla società ben più sottili e acute. Perché la scelta del genere comico?
Ho sempre fatto cabaret fin dai tempi dell’ Osteria delle Dame a Bologna. Intendo il cabaret come qualcosa di ironico. Non mi piace lo spettacolo di battuta, preferisco la descrizione di una situazione che diventa comica. Non ci saranno tante battute. Cercherò di far sorridere. Preferisco la gente che sorride rispetto a quella che ride.

HowL – La Redazione

(Foto di Irene Ferri)

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