Michele La Ginestra: intervista e fotogallery

Il suo ultimo spettacolo teatrale, “Mediano di spinta” ha come argomento centrale il calcio. Che cosa l’ha portata a scegliere questo tema?
Parlare con il pretesto del calcio, mi pare che sia una cosa interessante e intelligente, soprattutto se si fa raccontare una storia di una persona che normalmente non si conosce, e poco per volta, durante lo spettacolo, la gente scopre che gli appartiene qualcosa. Ho voluto fare questo spettacolo per rendere omaggio Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma, e raccontare la sua vita attraverso il pretesto del calcio.

Per quale motivo ha scelto come protagonista Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma
che si uccise il 30 maggio 1994?
Innanzitutto perché è una storia particolare e tristissima, poi perché Di Bartolomei è l’emblema di un campione d’altri tempi, di un calcio d’altri tempi, dove il calcio non era solo apparire, bleffare, buttarsi quando un avversario si avvicina e sputare in faccia alla gente, cosa purtroppo insegnano anche nelle scuole calcio di oggi, ma era uno sport dove il sacrificio e la fatica contavano per davvero. E per altro era un grande campione, non popolare come tanti altri, anche se a Roma tutti lo amavano molto, nonostante fosse una persona molto seriosa. Ed è affascinante che una persona come lui avesse così tanti fans.

Secondo lei perché il calcio ha subito trasformazioni così evidenti dagli anni ’90 al
ventunesimo secolo? E’ stato un cambiamento positivo o negativo? Cosa si è perso?
Sicuramente è cambiato positivamente dal punto di vista della fluidità del gioco, però si sono persi i valori, la correttezza, il rispetto per l’avversario, perché viviamo in un mondo basato sull’apparire, dove la televisione esalta qualsiasi gesto all’ennesima potenza. Mentre allora il calcio non era così ricco, era più vicino alla realtà, i calciatori di quegli anni uscivano senza problemi la sera, cosa che ora è impossibile, Totti per esempio non può nemmeno andarsi a mangiare una pizza, mentre Di Bartolomei probabilmente lo faceva tranquillamente.

Ha mai parlato con Agostino Di Bartolomei?
No, non ho mai avuto l’occasione di conoscerlo. La sua vita l’ho vissuta così, da esterno. E ho costruito questo spettacolo, inventandomi un calciatore, Marco Andreotti, che ha come punto di riferimento proprio Di Bartolomei.

Cosa significa essere “Mediano di spinta” secondo lei?
“Mediano di spinta” è sinonimo di fatica, di sudore e poca popolarità. E’ una vita particolare, ma è affascinante anche quella. Ci sono anche attori mediani, che pensano poco ad andare in televisione e tanto a comunicare qualcosa a chi gli ascolta.

Secondo lei qual è il significato del teatro, e come cambia nel tempo?
Il teatro uno lo fa per comunicare qualcosa di se stesso, l’importante è portare in scena uno spettacolo che ti appartenga, e che mandi messaggi, oppure più semplicemente il divertimento e la commozione. Io ho la fortuna di poter stare sul palco, e mi pare sprecarlo ogni tanto fermarmi al divertimento puro e semplice, anche se sono un attore prettamente brillante, però si può usare quest’arma del gioco per mandare messaggi più alti.

Quale dovrebbe essere il ruolo del teatro nella società?
Un tempo, quando non c’era la televisione, il teatro era il mezzo attraverso il quale le persone si acculturavano, approfondivano certi argomenti e conoscevano l’umanità. Il mezzo teatrale è quindi importantissimo, ancora oggi, sia per chi lo fa sia per chi lo riceve, perché vivi una situazione vera, se sbagli una frase, non puoi ripeterla, perché è così e non puoi farci nulla.

Lei guida una scuola di teatro, cosa insegna ai suoi aspiranti attori?
Innanzitutto questa è una scuola per non addetti ai lavori, cioè non ti faccio diventare un attore, ma ti faccio conoscere meglio te stesso, le tue capacità espressive, t’insegno a collaborare con gli altri e a costruire uno spettacolo teatrale. Inoltre questa scuola porta avanti una campagna di solidarietà, cioè sensibilizziamo le persone e addirittura raccogliamo fondi, con i biglietti dei saggi. E l’utile degli spettacoli li devolviamo in beneficenza. Con questi fondi abbiamo costruito due scuole e un dormitorio in Mozambico. Poi è ovvio che se c’è il talento ben venga, e a quel punto si manda il talento a farsi le ossa in una scuola teatrale, che ti porta via 4 o 5 pomeriggi alla settimana. Perché le cose belle devi faticarle per averle, quelle che non si faticano non durano. Tutti queste persone che appaiono in televisione, hanno pagato spesso dei prezzi molto molto alti, accettando compromessi per arrivare a quei livelli così facilmente, e dopo se stai male, stai male veramente. E poi come sei arrivato, così facilmente scompari, come tutti quei ragazzi che tramite Amici diventano famosissimi e poi scompaiono. Li spremono per bene e poi li buttano via, è molto triste. Ora questi ragazzi fanno i camerieri, lavorano nelle pizzerie, e questi sono quelli che hanno le palle di riprendersi, altri invece dalla delusione non fanno più nulla. Se invece studi e fai la gavetta, forse qualcosa in più capisci.

Le hanno mai chiesto di partecipare a un reality show?
No, ma mi hanno chiamato alcuni anni fa per partecipare a “Pattinando sul ghiaccio” su Rai 1, e quando Milly Carlucci mi chiese perché volevo partecipare, le ho risposto che volevo apparire in televisione per poi fare ciò che mi piace, e lei non l’ha presa bene. Mentre i reality non li farei mai, mi sentirei veramente triste. Molti invece ci vanno per apparire e tenere su il loro nome, ma io per tenere su il mio nome faccio teatro.

I suoi progetti futuri?
Teatro, teatro e ancora teatro. Poi devo finire di girare la fiction “Bentornato Nero Wolfe” per Rai1 che uscirà a marzo, e probabilmente ci sarà anche una seconda serie. E’ una cosa molto carina. Prima di tutto però viene il teatro.

HowL –la redazione

(Foto di Pietro Magnani e Irene Ferri)

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