Alessandro Calabrò e Gabriele Tesauri: intervista e fotogallery

Questo spettacolo è stato portato in scena in una data importante, cioè il 27 gennaio. Cosa significa per lei questa giornata e quanto è importante dal suo punto di vista?

Alessandro: Ritengo molto importante la Giornata della Memoria, perché in questo giorno si possono ricordare tutti i vari crimini, guerre e genocidi che ci sono stati, e anche di quelli di cui non si parla. Perché oggi si ricorda la Shoah, che è quello più importante e famoso, ed è giusto ricordarlo ci mancherebbe, ma nel mondo di oggi non è l’unico, perché abbiamo sempre genocidi ovunque, e anche recenti, come quello in Ruanda, e quello dei Curdi, e di tante  altre guerre etniche, anche se non sono solo etniche, che tutt’ora ci sono e che tutt’ora non conosciamo. Per questo ritengo importante ricordare tutti i genocidi che ci sono e che ci sono stati. Perciò questa giornata può essere molto utile e importante per ricordare quello che è successo ai giovani, compreso io perché non c’ero durante la seconda guerra mondiale, e poi partire da dei fatti storici per cercare di migliorare il nostro presente.

Ci possono essere alcune analogie tra la storia che ha raccontato in «Tutto quello che è successo a Tony Broz» e quella reale di Aushwitz?

Alessandro: Credo che vere e proprio analogie non ci siano. Però centrano dal momento in cui stiamo parlando di una guerra che va avanti da secoli tra israeliani e palestinesi, e quindi si parla di un genocidio, che si sta svolgendo in quella terra, che è una zona nella quale sono presenti i famosi confini, dove da una parte tu sei ben accetto e dove dall’altra non lo sei più.

Perché secondo lei non s’interviene per placare questa guerra?

Gabriele: Quello che raccontiamo nel nostro spettacolo è il discorso del grande commercio di armi che c’è sempre dietro a ogni guerra, che è un’industria. Ma poi non c’è neanche una volontà politica, perché dietro ci sono tanti interessi, e il petrolio è un esempio, e gli stati che comandano vogliono tenere quest’area calda e accesa, come hanno fatto anche in altri Paesi, e per ora l’hanno fatto tranquillamente e senza problemi.

Se i cittadini fossero informati sulla vera verità di questa guerra cambierebbe qualcosa secondo lei?

Gabriele: Se i cittadini fossero informati sulla verità di tante situazioni cambierebbero molte cose, perché il problema dell’informazione e della comunicazione è molto rilevante e fondamentale. Il fatto che il mainstream ha le notizie principali che vengono controllate da pochi network e pochi magnati è una cosa grave ed è logico che ora ci troviamo in queste condizioni, e Murdoch è una di quelle persone che ha in mano molte reti di informazione globali. La gente se fosse informata reagirebbe, e la dimostrazione l’abbiamo guardando l’Italia, dove l’informazione è scomparsa da ormai venti anni.

Alessandro: Si parla tanto di globalità, dove in un click sei ovunque, ma poi alla fine questa globalità non è così aperta, perché ti fanno arrivare dove vogliono, perché l’informazione è filtrata in un certo modo, che decidono loro.

Il vostro fare teatro può essere considerato d’impegno civile?

Gabriele: Abbiamo messo in scena questo spettacolo per varie ragioni, e personalmente ho già fatto diverse regie d’impegno civile, ad esempio a Correggio sulla memoria, dove ho diretto alcuni spettacoli che partivano da racconti locali, e il motivo per cui ho scelto questo mestiere è sicuramente quello di raccontare storie che potessero far pensare e ragionare, e si può fare in mille modi, anche il musical può essere una soluzione, che io tra l’altro ho utilizzato più volte. E lo scopo era di portare al pubblico uno spettacolo capace di far capire che questa guerra, tra palestinesi e israeliani, non è così distante come sempre, perché l’Italia vende materiale primo per combatterla, essendo uno dei Paesi che più produce armi da guerra (il 7° nel mondo ndr).

Ho letto il libro di Marco Truzzi, «Caffè hal, Tel Aviv – Tutto quello che è successo al signor T.B.» che ha dato vita a questo spettacolo, e mi aspettavo che si parlasse anche del pugile errante per la Palestina, perché la decisione di tagliarlo?

Gabriele: Riconosciamo che è una grande pecca, però sarebbe diventato uno spettacolo troppo lungo e troppo complicato da costruire drammaturgicamente. Marco è geniale, ed è un po’ il nostro Salgari, lui non è mai stato a Tel Aviv, e lo prendo in giro perché descrive Tel Aviv come Correggio in primavera, e c’è un passaggio dove parla dei tigli, e questo mi ricorda molto Correggio, ma come Salgari riesce a creare un mondo sicuramente credibile in tutto quanto.

Durante lo spettacolo compare più volte un medico, che con la storia sembra c’entrare poco, qual è il suo vero significato e perché avete deciso di inserirlo in questo spettacolo?

Gabriele: La “colpa” del medico è soprattutto mia, nel senso che ci sono queste “slarghe” di descrizione che Marco prende durante il suo romanzo, e drammaturgicamente andavano risolte in questo spettacolo, perciò serviva un personaggio che non c’entrava nulla, e che raccontasse queste parti più descrittive in un modo diverso, e quindi abbiamo deciso di buttare sul palco questo medico pazzo.

HowL – la redazione

(Foto di Irene Ferri)

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