Compagnia Mamimò: intervista e fotogallery

Quando e perché è nato questo spettacolo?

Giovanni: Questo spettacolo è nato nel 2008. E’ nato perché siamo incappati in questo testo e già qualche anno fa era estremamente attuale, adesso siamo nella crisi a piedi pari ma non è iniziata né ieri né ieri l’ altro, s’intravedeva già tempo fa. Era una drammaturgia contemporanea e noi avevamo voglia di misurarci con una drammaturgia di questo tipo, questa è stata la prima. Venivamo da testi classici in quel periodo. Massimo Navone, il nostro regista ci ha dato questa opportunità. I temi erano moderni con  un linguaggio attuale.

 

E’ stato difficile fare uno spettacolo di stretta attualità?

Marco: E’ uno spettacolo che parla di attualità ma i fatti rappresentati sono accaduti del 1996. E’ ispirato a una storia vera, tutti i personaggi sono ispirati a personaggi reali, la clinica esiste veramente in Svizzera.

Erano tantissimi i casi di manager licenziati che vivevano queste crisi d’ identità. Loro univano la loro identità personale con quella di lavoratori: Urs Vidmer, il drammaturgo ha elaborato moltissimo materiale, questa è una scrematura, la drammaturgia originale è molto più ricca.

Maurizio: Lui è un giornalista, nasce giornalista.

 

Il mondo che rappresentate è reale, cosa ne pensate?

Marco: Chi risponde?

(risa)

Marco: Lei Krause cosa ne pensa?

(risa)

Giovanni : Forse è un po’ presto…

Marco: Allora lei Sig. Deer che è appena arrivato.

Alessandro: Va bene. Il mondo rappresentato mi sembra un po’ di cartapesta come le identità che si sono creati questi personaggi. Prima Marco diceva che questi personaggi si identificavano con il loro lavoro, nel momento in cui si sentono dire: “Tu sei licenziato” il riflesso diventa “Io non esisto”. Se io lavoro e il mio lavoro non c’è più allora automaticamente io smetto di essere. La cosa è preoccupante e rischiamo ogni giorno di caderci e iniziare a identificarci con il nostro lavoro e metterci, alle prime difficoltà, in discussione noi, come persone. La situazione della clinica a volte mi sembra assolutamente surreale e anche la comicità che ne deriva è assolutamente surreale. I personaggi vivono delle situazioni anche molto toccanti, profonde e dolorose ma vista da fuori la situazione appare buffa e paradossale: questi personaggi sono davvero capitati su un altro pianeta! Sono scollegati dalla realtà e questo visto da fuori fa veramente ridere… nella tristezza, è un riso amaro. Mi chiedo se sia un rischio che corriamo anche tutti noi oggi? Credo che la risposta sia: sì!

Marco: E’ l’ inizio di quella che è diventata l’ ondata di precariato. Quando hanno iniziato a crollare anche i posti più importanti, quelli dei manager delle aziende, bhè, abbiamo capito che chiunque, qualunque posto occupasse, potesse essere messo in discussione. Poi sono arrivati i contratti che hanno messo in discussione il lavoro di tutti. Questo testo è stato rivoluzionario… Fino ad allora, noi siamo più vecchi e ci ricordiamo gli anni ’80 e ’90 e il periodo del Boom Economico, il tuo posto di lavoro da dirigente ti dava dei privilegi e ti forniva un “modo” di stare in società. Tu eri chiamato con il tuo ruolo, non con il tuo nome proprio di persona (Direttore, Cavaliere…). Nel momento in cui perdi la qualifica: chi sei? C’era gente che faceva di tutto per arrivare a quella qualifica, a quel posto, perché quello era un obbiettivo, un obbiettivo vitale, in cui investire tutto quanto.

Alessandro: Qui si parte dal dire che queste persone sono state licenziate e perdono così la loro presunta identità ma il problema non è solo quello del licenziamento, il problema esisterebbe comunque, anche se queste persone il lavoro lo avessero. A volte i testi che parlano di problematiche di questo tipo ci presentano problemi di strati sociali diversi, operai, e anche problemi diversi come per esempio quello della sicurezza sul lavoro, problemi molto seri però diversi. Il problema di queste persone però sussisterebbe comunque, anche se non perdessero il lavoro: qui la perdita del posto è una fortuna, diventa per loro un’ opportunità per guardarsi dentro e vedere se ci sono altri valori che possono prendere quel posto.

Marco (Citando una battuta dello spettacolo): Recuperare la parte più autentica di voi stessi…

Sara: Rispetto a quello che diceva prima anche Alessandro in realtà quello che io trovo paradossale è il processo dentro al quale loro sono inseriti. Paradossalmente anche io mi identifico completamente con il mio lavoro, in questo non sento questa differenza. La differenza per me sta nel fatto che mentre il loro lavoro e il mondo in cui lavorano li porta a una alienazione e quindi a un distacco totale dalla propria persona, nel lavoro che facciamo noi il processo è completamente opposto, va verso una riconquista totale e intima di quello che siamo noi, dei nostri sentimenti e della nostra propria persona e credo che in questo senso sia un regalo. Quando penso che il loro modo di lavorare è quello di mettere delle maschere mentre noi lavoriamo per toglierle, bhè, tutto questo mi sembra paradossale. Per esempio il monologo del mio personaggio, Julika Jenkis, mi piace tantissimo. Lei  sarebbe felice di essere un    guardia no di animali per avere finalmente a che fare con qualcosa di vero, quando parla della merda vuole dire quello, tornare finalmente a qualcosa di naturale, che puzza. C’è un pezzo che noi abbiamo tagliato ma che è presente nella drammaturgia originale , dice: “Un gorilla è come un essere umano poco dopo la creazione”, questo voglio dire. Julika cerca un ritorno alla natura, all’ animalità nel senso più buono puro e sano del termine.

 

Possono davvero essere utili le strane tecniche usate dal Dottor Wrange?

Marco: Bhè noi non siamo psicologi…

Questo è vero però è comunque un modo a mio parere un po’ assurdo di risolvere i problemi o almeno noi non siamo abituati a vedere queste tecniche… Io non credevo neanche che questa clinica esistesse davvero.  

Marco: Innanzi tutto non si chiama clinica ma “Centro di Ricollocamento e Riqualificazione”. Insieme a tutto questo ci sono anche dei corsi di aggiornamento professionale per essere al passo coi tempi. Di fatto però questo è un meccanismo che è utile per fare in modo che le persone vedano loro stessi davanti a loro e che ritrovino, io lo dico spesso in scena, “la parte più autentica di voi stessi”. Detto questo per gli attori ci sono davvero una serie di addestramenti per “ritrovare la parte più autentica” perché comunque tutti noi viviamo con una parte più autentica e una parte prestazionale. Vogliamo essere i migliori, siamo in competizione con tutti gli altri… Poi c’è invece una parte, che a noi permette di recitare e ci permette di essere toccati veramente, una parte più fragile, più intima, legata alla nostra esperienza personale.

Cecilia: Più banalmente, anche non essendo noi psicologi, nel nostro mestiere, quando insegniamo io mi rendo conto che gli esercizi che propone il Dottor Wrage sono esercizi teatrali che se proponi a un gruppo di allievi o a un gruppo di persone possono permetterti di  vedere dei cambiamenti reali  perché ti danno degli strumenti che non pensavi di avere.

Marco: Molte aziende fanno corsi di teatro.

Alessandro: In maniera molto più dolce!

 

Com’è essere attori in un momento così difficile dal punto di vista economico?

Sara: Io ho la mia risposta ironica ma magari non scrivetela… Per me è meraviglioso perché ormai c’è così tanta crisi che qualunque mestiere tu faccia è uguale quindi tanto vale fare qualcosa che ti piace

Marco: No scrivetela! Probabilmente è la cosa più importante da dire.

Alessandro: Mio padre era molto spaventato da questa mia scelta, nota famigliare, quando ha capito che la mia strada sarebbe stata quella del teatro: Pensava alla precarietà, al poco lavoro… Noi con il nostro lavoro siamo riusciti a crearci una situazione che ci permette, rispetto a molti altri, un po’ di regolarità, se non altro perché siamo un gruppo. Un lavoro molto duro, molto intenso… Ho detto a mio padre: “Papà ma ti rendi conto che restano a casa gli architetti? Gli ingegneri? I laureati in economia?” . Io credo che davvero abbia ragione Sara, tanto vale  fare quello che piace. Siamo a un punto in cui davvero dobbiamo allontanare l’ idea del posto fisso perché per un po’ non sarà così!

Marco: Il sistema economico è in crisi perché l’ umanità ha preso quello come modello e adesso questo sistema è in crisi. Se noi avessimo in testa quel modello economico probabilmente faremmo un altro mestiere… Noi cerchiamo di adoperarci con l’ Arte di migliorare l’ essere umano e proponiamo un’ alternativa a tutto questo.

Alessandro: Proponiamo delle domande e alimentiamo il dibattito.

Sara: La crisi non è economica,la Crisi è quando vivi in una società in cui hai un impoverimento dell’ anima tale per cui non puoi farci niente, per me quella è la vera Crisi. Se si tratta di mangiare puoi fare un lavoro qualsiasi nella vita per avere i soldi materiali per mangiare. Credo che i problemi di “devastazione”, tra virgolette, di cose più intime e interne che per me caratterizzano l’ animo umano siano incurabili. C’è una perdita totale e un inversione dei sistemi di valori, nelle relazione con gli esseri umani, con le persone… alla ricerca di qualcosa che non fa parte intimamente di noi, dell’ uomo.

Marco: Un consumo dei rapporti umani.

Cecilia: Anche perché nonostante la crisi il lavoro dell’ attore è sempre stato precario, siamo i precursori dei precari. Sai che fai sei mesi una cosa… Siamo un caso eccezionale.

Marco: Pensate che in Italia non c’è un decreto che regolamentarizza il teatro dal vivo: non è mai stata fatta.

Maurizio: C’è un decreto regio del ’35.

Cecilia: Crisi o meno però quello per cui lotterei davvero è il fatto che il nostro mestiere sia riconosciuto come tale perché la cultura e l’ arte sono sempre più impoveriti. Non c’è più la disoccupazione per gli attori… Era l’ unica cosa che ci faceva sentire lavoratori e non naif, bohemien.

Marco: La crisi di per sé io non credo che sia un male. Ci sono stati anni in cui il benessere era incredibile, adesso in vent’anni anni sono spariti i soldi, il lavoro, i valori, i principi. Avranno fatto razzia… Da qualche parte saranno finiti! Se dobbiamo ricostruire una società: facciamolo. Ognuno si prenda la sua parte di responsabilità. Gli artisti si occuperanno dei valori e della poesia, gli ingegneri dei ponti… Facciamolo!

Alessandro: Un momento per cambiare.

Marco: Un problema di questa crisi è che nessuno pensa al futuro. Se tu domani non avrai un lavoro non è colpa tua è perché qualcuno non ha pensato che fra vent’ anni ci sarebbe stata della gente giovane. A nessuno fregava niente, prendevano i soldi e scappavano in Argentina dopo aver fatto per vent’ anni i presidenti di aziende gas e acqua.  Questi nostri Padri Fondatori della Crisi noi li ringraziamo e li mandiamo cordialmente…

Alessandro: Ci lasciano una grande sfida.

Marco: Noi cerchiamo di non  ricostruire la società con quegli stessi principi

Maurizio: Io voglio simpaticamente augurare a tutti quelli che sono scappati in Argentina con i nostri soldi di andarsene direttamente a fare in culo.

E noi condividiamo.

 

 Howl La Redazione

Foto di Pietro Magnani e Irene Ferri

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