Botega Dance Company: intervista e fotogallery

Come nasce Paracasoscia? Perché avete deciso di dare questo nome allo spettacolo?

Elisabetta: Paracasoscia in dialetto sorano, il nostro coreografo è sorano, significa sembra che soffi, pare che soffi. Un giorno andando a sentire un concerto della banda del paese che suonava queste arie famose di opere liriche si accorse che la gente canticchiava sotto la banda che suonava, era come un soffio, le persone cantavano pur non conoscendo a fondo le opere.

Quanto è difficile unire così tanti diversi tipi di danza (classica, moderna, hip hop, break dance) alla musica classica e, nello stesso tempo, cosa aggiunge allo spettacolo?

Federica: Non è particolarmente difficile in quanto è il coreografo che ci guida. Alla fine se io ballo break dance e lei balla classica ma esiste comunque un filo conduttore unico e quello che si sta rappresentando è sentito da entrambe nello stesso modo io penso che dia un valore aggiunto allo spettacolo, lo rende particolare, diverso, più dinamico e più originale. Qualcuno potrebbe anche dire che è giusto miscelare, ma che quello che fa uno possa essere fatto anche dall’ altro, sicuramente. In questo spettacolo è la differenza a fare lo spettacolo. La difficoltà da parte nostra no c’è, siamo abituati a lavorare insieme. Chiaramente è necessario un coordinatore, una mente che possa portare a questo risultato. Dietro c’è un importante lavoro coreografico che viene svolto dal direttore della compagnia, il coreografo.

Quanto tempo occorre per realizzare uno spettacolo del genere?

Federica: In realtà molto poco. Veniamo tutti da posti diversi: io sono di Reggio Emilia, lei, come altri di Roma, altri di Perugia, il coreografo di Sora. La cosa più importante è creare sintonia tra di noi, fare gruppo, in modo che al pubblico passi quello che sentiamo noi in quel momento sul palco. Se al pubblico non arriva niente non si riesce a fare nulla, deve arrivare la pancia, deve arrivare qualcosa. Le difficoltà ci sono sicuramente ma non le troviamo insormontabili.

Nel vostro spettacolo giocate molto con l’ ironia e l’ espressività, quanto sono importanti? Perché?

Elisabetta: Il pubblico stasera ha riso tanto, il pubblico reagisce in modo diverso rispetto a quanto ci divertiamo noi. Se una sera siamo tesi e non riusciamo a lasciarci andare e a divertirci noi per primi sul palco, il pubblico lo capisce e si diverte meno. Non tentiamo di “fare” facce, cerchiamo di divertirci e di essere noi stessi. Se ci divertiamo bene e tanto il pubblico reagisce di conseguenza.

Federica: La difficoltà non è tanto ricordarsi il passo, la difficoltà è entrare nello spettacolo tutti insieme, una volta entrati va tutto via liscio, ci divertiamo noi per primi, sul serio: non c’è niente di finto in quello che facciamo. Se ci fosse il pubblico se ne accorgerebbe e noi per primi non riusciremmo a farlo.

Qual’ è la cosa più difficile per un danz-attore?

Elisabetta: Nei foglietti di sala hai letto danz-attore perché per noi la danza è un mezzo, un mezzo comunicativo, uno strumento. C’è chi sceglie di usare la voce e cantare, noi decidiamo di ballare. Balliamo per arrivare a qualcos’ altro. La nostra compagnia non si ferma al movimento, al passo ma cerca di arrivare oltre, all’ emozione, alla poesia. Ci piace lavorare su questo, sulla ricerca espressiva, sulla verità e sull’ onesta di quello che accade sulla scena. Il movimento è importante ma funzionale ad altro.

Come e quando è nata la vostra passione per la danza?

Federica: La mia è nata molto presto ma non avevo i mezzi per poterla soddisfare. Abitavo a Poviglio, nella Bassa e nessuno riusciva a accompagnarmi a Reggio a scuola di danza. Avevo promesso a mia mamma che appena presa la patente mi sarei iscritta a danza. A diciotto anni, il giorno in cui ho preso la patente, ho firmato, rubato la macchina a mia mamma e sono andata a Reggio e mi sono iscritta. Sono partita tardi, molto tardi, a diciannove anni.

Elisabetta: Anche io molto tardi, a diciotto anni.

Federica:Ti assicuro però che se lo vuoi davvero lo fai. Devi uscire dagli stereotipi e dalle idee che molti hanno in Italia rispetto alla danza, per certi versi c’è una visione molto ottusa che non dà spazio a quello che qualcuno potrebbe in realtà fare, per prime le istituzioni. Io ero a Reggio, mi sono presa su, andavo in giro, guardavo. Ognuno sceglie la sua strada, una con il mio fisico non si può presentare all’ AterBalletto e dire: “Fatemi ballare perché ne ho voglia”. Il mio è stato un susseguirsi di situazioni, me la sono cercata. Ho fatto per tanti anni e faccio il pendolare Reggio Emilia – Roma. La passione di dà le opportunità, bisogna valutare dove si può andare perché non si può andare dappertutto, soprattutto qui, forse all’ estero…

Io non so niente di danza ma ho in mente solo lo stereotipo del ballerino che balla dodici ore al giorno alla sbarra e basta…

Federica: Dipende molto da quello che vuoi fare tu. Se vuoi perseguire una carriera di danza classica allora sì, la sbarra tutto il giorno… Se uno vuole fare della danza la sua vita e sopravviverci fai molta fatica, è molto difficile, tutti noi oltre a danzare lavoriamo anche.

Non è la vostra professione? Non siete “professionisti”?

Federica: Sì è la nostra professione. Siamo sotto contratto, veniamo pagati, ci vengono dati i contributi e lavoriamo in un circuito di professionisti come può essere quello dei teatri, per me questo è il “professionista”. Ti dico anche però che per sopravvivere devo anche fare altro, è la triste realtà.

Elisabetta: Non è un problema solo dei danzatori. Anche l’ architetto deve fare per anni in cameriere, è un problema della nostra Italia, un problema che tocca tutti a prescindere da quello che vuoi fare.

HowL – la redazione

(Foto di Irene Ferri)

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