“Nebbia – Un’orazione civile”. L’intervista e la fotogallery

(Intervista a Pierluigi Tedeschi)

Da dove è nato “Nebbia. Un’orazione civile”? E in particolare per quale ragione ha scelto la nebbia per raccontare un tema così delicato quale la guerra?

L’idea di questo spettacolo è nata nel 2010, quando il teatro di Cadelbosco Sopra mi chiese di pensare uno spettacolo reading per la stagione 2010-2011. Io gli risposi che avevo un bello spunto, cioè un libro che era uscito in quei mesi dal titolo “Nebbia”, a cura di Umberto Eco e Remo Ceserani, che raccoglie gran parte dei testi di letteratura e poesia a livello mondiale sul tema della nebbia, con le fotografie di Luigi Ghirri. E questa è la prima parte del titolo. Poi iniziando a pensare e a elaborare il testo, ho cominciato a mettere insieme la squadra, che è formata da numerose persone che hanno creduto in questo progetto, una vera e propria magia. E qualcuno mi ha detto “ma ascolta, parliamo solo di poesie e di queste cose qua, ma perché non parlare della nebbia percettiva, che ci avvolge nella quotidianità, la quale ci fa credere di capire tutto ma invece non capiamo nulla?”. Ed ecco dunque com’è nata la seconda parte del titolo, cioè l’orazione civile, che man mano ha preso forma, mentre costruivo il testo. Si sono intrecciate nel testo le tematiche letterarie alte e suggestive, da Emily Dickinson a Antonia Pozzi, e i temi civili come il pezzo di Calvino o di Gramsci del 1920, più politiche.

Come si costruisce il rapporto tra storia e memoria in quest’ottica, e quanto è inquieto questo rapporto? La storia è una materia scientifica mentre la memoria è davvero nebulosa e risulta essere spesso incompleta…

Diciamo che il collante tra dati di fatto e memoria forse è diventata la mia autobiografia, del dire “io sono nato qui”, che magari può essere banale come frase, ma se poi ci pensiamo ci accorgiamo che non lo è. Ognuno è nato in un posto, e riconoscere di essere nato in quel posto significa non voler fuggire; è un rapporto con la memoria, il ricordo, la terra e la storia di quel luogo. All’inizio dello spettacolo dico “Io sono nato qui”, perché penso al film “Heimat” di Edgar Reitz, un film bellissimo nel quale parla della sua terra, e heimat in tedesco significa patria, quella più intima. Come per un Castelnovese la Pietra di Bismantova. La patria è una radice in cui stanno anche la memoria e la storia. Con questo spunto autobiografico, durante lo spettacolo, ho parlato di Elide, e sono passato dai testi letterari alla memoria.

Alla fine dello spettacolo ha ricordato una frase di Gramsci sull’indifferenza. Chi potrebbero essere i partigiani d’oggi?

È un pezzo che ho dovuto tagliare, era molto lungo. Partigiano comunque significa essere di parte, parteggiare, è così che interpreto il partigiano oggi. Se non prendi una posizione sei indifferente. Il discorso è molto delicato. Ciò che affermo durante lo spettacolo mi mette molto in discussione, ci sono molto dentro. Però questo è il mio modo di essere partigiano nel 2013, prendere una posizione e avere probabilmente la presunzione di dire attenzione, ci sembra di vedere e capire tutto, perché abbiamo mille fonti di informazione, tutti i mezzi possibili, che non voglio assolutamente criminalizzare, anzi, per carità, però rischiamo di essere nella nebbia della percezione, come dice Calvino “viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini”, e abbiamo questa dimensione nella quale ci sembra di sapere tutto, ma in realtà più che conoscenza è informazione. Questi mezzi d’informazione velocissimi che usiamo tutti i giorni ci fanno credere di sapere tutto, perché basta un tweet o un post su facebook e ti arrivano tutte le informazioni, ma quanto è sostanza e quanto è nebbia in ciò che leggiamo?

Quest’orazione civile invita appunto ad avere un senso critico di fronte alla realtà e si basa sul non perdere la memoria e fermarsi ogni tanto e chiedersi “un momento, ma queste cose qua non sono già accadute?”. Questo è un po’ il senso. Al giorno d’oggi bisogna fare delle scelte chiare e non essere dei voltagabbana, e difendere le proprie idee fino all’ultimo. In questo mi sbilancio esageratamente: premetto che non sono mai stato assolutamente d’accordo con il terrorismo, ma è morto recentemente Prospero Gallinari, non è senz’altro ammazzando delle persone che si risolvono i problemi del mondo, siamo messi malissimo, però bisogna riconoscere che queste persone hanno fatto una scelta politica e ideologica sbagliata, ma hanno avuto la coerenza di mantenerla fino in fondo, continuando a sbagliare. Questi individui dicevano di fare determinate cose in nome degli ideali malcapiti dei partigiani veri del ’45. Queste persone non erano assolutamente incolte ma, ripeto, l’esecuzione è stata totalmente errata. Il terrorismo è un tema che m’intriga molto, potrebbe essere un progetto futuro, ma è un argomento molto delicato e pericoloso, perché appena inizi a parlare di queste cose rischi di essere frainteso, però bisogna prendere parte. Non si può dire semplicemente “erano dei criminali”, perché attenzione, attorno a quel periodo, cioè agli anni settanta, tutte le conquiste sociali si sono strutturate nel dopoguerra fino alla fine degli anni settanta, con tutte quelle morti a causa del terrorismo. Poi dagli anni ottanta è nato il cosiddetto riflusso, e l’esplosione del neoliberismo, nel quale siamo adesso immersi, che è la distruzione di tutto il welfare che si era creato. Di questo parlo ogni tanto con mio padre che ha 75 anni, e ha avuto certi ideali. Tutto quello che si era creato ora si sgretola, oggi siamo tutti dei precari nativi oltre che nativi digitali. Non sono assolutamente d’accordo con l’ammazzare qualcuno per risolvere problemi, e questo lo ribadisco, però bisogna riflettere su questa situazione che si è formata.

… Dell’indifferenza totale da parte della gente?

C’è una mancanza d’ideali, non voglio ripristinare le ideologie e le lotte tra blocchi. Le cose cambiano. Serve uno scambio d’idee democratico. Bisognerebbe riuscire a prendere il nostro tempo, cioè il 2013, e a interpretarlo al di là di ciò che ti viene dato come codice di lettura, se no diventano parole d’ordine e luoghi comuni. Uno leggendo la storia, a distanza di tempo, si accorge che ti hanno venduto delle grandi bufale, come con Saddam Hussein, contro cui abbiamo fatto la guerra per le armi di distruzione di massa. È questo il discorso.

Prendere parte vuol dire comportarsi anche come la Direzione Artistica del Teatro Bismantova, che ha creduto in me e si è presa il rischio di portare sul palco uno sconosciuto. Questo significa essere partigiani oggi. Quindi alla fine è far politica, che vuol dire prendere posizione, anche se oggi si è molto persa nelle lobby e negli interessi.

(Foto di Erica Spadaccini)

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