“Paolo Borsellino – Essendo Stato” – Intervista e fotogallery

Intervista a Claudio Di Palma

 

Cosa l’ha spinta a portare in scena questo spettacolo, e dov’è nato “Essendo Stato -Paolo Borsellino”, uno spettacolo che tratta un tema molto delicato e importante?

In scena mi ha spinto Ruggero Cappuccio (il regista ndr), che ha scritto questo testo. In questo spettacolo non si può parlare di una regia vera e propria, ma piuttosto di una messa in scena che assomiglia a una liturgia del ricordo, della memoria. Questo spettacolo è nato molto tempo fa in una forma drammaturgia diversa da quella attuale: c’era solo Borsellino accompagnato da cinque donne che raffiguravano le cinque Antigoni e conducevano secondo un percorso mitologico il corpo dell’eroe verso la casa natia. Lo riportavano dunque verso la casa materna, con la coincidenza, come sappiamo, che Borsellino è morto proprio sotto la casa della madre. Questa drammaturgia è stata sintetizzata e rimodellata da Cappuccio, per riconformarla alla mia interpretazione escludendo tutto questo piano mitologico e concentrandosi esclusivamente sulla figura, sulla memoria fortissima e intensa di Borsellino.

Cosa ha spinto me? Ovviamente la bellezza di un testo che non poteva andare delusa, con questa intensità enorme, ma ovviamente non solo quello, c’è anche l’impegno civile e morale, che noi tutti dobbiamo sentire per non perdere la memoria e la nostra identità, che ci conduce anche verso queste figure che hanno difeso – potrei dire con un termine enfatico e un po’ retorico eroicamente – la moralità, la giustizia e la libertà degli uomini. Perché a giusto titolo posso dire eroico? Perché ci troviamo di fronte a un uomo che davanti alla minaccia dichiarata ed esplicitata della morte, dopo aver visto la morte di Falcone e le altre persone che l’hanno preceduto nella loro fine, decide di continuare a indagare sicuro e convinto di morire.

Perciò possiamo dire che questo spettacolo ha un obiettivo educativo molto preciso?

Certamente. Il fatto che si possa dire no, di fronte al ricatto, alla minaccia, alla volgarità e aggressività della mafia, che non sono solo le forme di criminalità organizzata che abbiamo al sud Italia ma è anche un atteggiamento potenziale dell’essere umano. Tutti abbiamo vissuto o abbiamo assistito a un abuso, un oltraggio, un tentativo di ricatto, un bullismo. Ecco quel bullismo di cui si parla è il presupposto potenziale per l’atteggiamento che poi organizzativamente si chiamerà mafia o camorra. Ecco il saper dire no a qualcosa del genere, penso che oggi come oggi costituisca un atto assolutamente eroico. Perché il no che si dice è a costo della vita, non a costo di qualche bene secondario. Il saper dire no che ti conduce alla morte è eroico, anche se rimane francamente un termine retorico ed esasperato. Però parliamo di un eroe contemporaneo.

Falcone e Borsellino sono stati due personaggi molto importanti per la storia contemporanea italiana, che ormai sembra essere più un passato che un presente. Quella era un’Italia che comunque combatteva nel nome di determinati ideali. Secondo lei esistono ancora figure che possano assomigliare, anche nel modo più lontano, a questi due personaggi?

Questa è una domanda tutt’altro che banale, anche perché pretende una risposta che temo possa diventare banale. Anche perché non voglio dare risposte da tuttologo, non sono un tuttologo, ovviamente vivo come un cittadino comune determinate cose. Oggi come oggi potremmo dire che questa domanda non è banale, inoltre mi sembra più un interrogativo retorico. Non ne vediamo persone di questo genere infatti, oppure s’intravedono veramente poco, bisogna ricercarli. Queste persone sono degli emarginati, che stanno cercando in un qualche modo di combattere. C’è una cosa che secondo me condiziona molto il tentativo di far sentire ancora la propria voce, e cioè il fatto che la mafia, la camorra e in generale la prepotenza organizzata si sia rimodellata sugli stili della società contemporanea, siamo molto più difficile da individuare, è molto più integrata nei gangli del sistema politico ed economico. L’indagine oggi è diventata veramente molto più complessa, e i fatti della quotidianità, di cui noi sappiamo naturalmente il venti percento, lo testimoniano. È ormai sempre più difficile dire “questo è un mafioso!”, perché non sai dove finisce il limite della legalità e dell’illegalità, perché queste due cose si sono integrate, ormai c’è un altro sistema di riciclo degli utili legali, anche di una mentalità illegale. Perciò è molto più difficile, anche trovare coloro che in qualche modo sappiano o possano combattere da eroi.

Un tempo si poteva quasi dire, un po’ come “gli indiani e i cowboy”, quali erano i buoni e i cattivi. C’era dunque una divisione manichea composta da buoni e cattivi. Perciò il buono poteva, se coraggioso, andare a individuare e a intercettare in un qualche modo o, se fortunato, anche ad arrestare un cattivo. Ma dove stanno ora i buoni e cattivi? Questa miscellanea, ormai indecifrabile e non più codificabile non rende possibile l’indagine e non rende neanche possibile scovarli. Ed è per questo che ho come il timore che questa nuova società, in cui la malavita e la prepotenza organizzata si sono introdotte in modo omogeneo al sistema, non renda possibile l’emersione di un eroe. E ripeto, ho dato una risposta più banale della domanda.

Che ruolo ha oggi secondo lei l’informazione o forse la non informazione?

Diciamo che ha un ruolo fondamentale nella sua valenza positiva ipotetica e in quella negativa sostanziale. Perché fa parte di questo sistema malato, e non riesce a denunciarlo. Paradossalmente anche quando lo denuncia sembra essere comunque parte integrante di esso. Sembra quella componente di positività che la società si riserva per poter dire “io ho anche cellule sane”. E anche nello spettacolo si parla di cellule sane e malate. Ora come ora questa domanda che si pone Borsellino, o meglio che Cappuccio fa si che si ponga Borsellino: “ma quante sono le cellule sane e quanti sono i batteri?”,  è una domanda a cui francamente è difficilissimo se non impossibile dare risposte. Perché quelle che sembrano cellule sane invece sono funzionali all’operazione dei batteri, e quindi è veramente difficile. L’informazione avrebbe un ruolo fondamentale, se fatta di denuncia, indagine e anche in un qualche modo d’incidenza reale sul quotidiano. Invece mi sembra che diventi parte di questo calderone, di questo magma assolutamente indistinto, in cui noi, e io per primo, non riusciamo più a trovare una sintesi. Anche per la crescita e l’alimentazione di una nuova coscienza civile.

(Foto di Erica Spadaccini)

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