AMERICAN GANGSTER

dal 01-02-2008 al 05-02-2008

21.00

USA

R. SCOTT

2007

2008-01-18

157

Denzel Washington Frank Lucas
Russell Crowe Detective Richie Roberts
Cuba Gooding Jr. Nicky Barnes
Josh Brolin Detective Trupo

New York, primi anni ’70. Frank Lucas ha trovato un ingegnoso stratagemma per importare dal sud-est asiatico la droga da spacciare ad Harlem: il carico scottante viene inserito nelle bare dei soldati americani morti nella guerra del Vietnam. L’incarico di sventare il traffico di stupefacenti viene assegnato al detective della narcotici Richie Robert che si vedrà costretto ad un’alleanza con il malvivente Lucas per smascherare un gruppo di poliziotti corrotti che stanno intralciando le indagini…

Note – CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2008 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA E ATTORE PROTAGONISTA (DENZEL WASHINGTON).
– CANDIDATO ALL’OSCAR 2008 PER: MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (RUBY DEE) E MIGLIOR SCENOGRAFIA .

Critica “Dalla storia vera del trafficante di eroina di colore che, alla morte del suo boss, cambiò le regole e conquistò il mercato, il regista di ‘Blade Runner’ trae un romanzo criminale di formazione nel contesto del nascente capitalismo della droga, affidato a un divo sicuro. Croce e delizia. Perché da un lato Washington imposta la sua regolare recitazione forte e concentrata intorno a un eroe negativo che inventa un suo modo di fare mercato con un certo stile. Dall’altro lato, proprio l’eleganza dell’attore, la sua tradizione borghese di ‘nero emancipato’, riducono l’impatto del ruolo, patinandolo di letteratura nel gusto realistico- pop del film. Neanche l’antagonista, il poliziotto Roberts (un forte Crowe) è esente dalla lista di norme intorno all’investigatore scapigliato e integerrimo. Ambientazioni coinvolgenti, ritratto d’epoca riuscito, ma risalta l’inerzia dello sguardo. Né Scorsese né Ferrara. Voglia d’intrattenimento, ma colto.” (Silvio Danese,
‘Quotidiano Nazionale’, 18 gennaio 2008)

“Che una storia così bella sia rimasta per tanti anni sconosciuta, la dice lunga sugli Usa. Che a portarla sullo schermo, senza una sbavatura, sia il più versatile e classico dei grandi inglesi, Ridley Scott, conferma che la saga criminale resta uno dei mezzi preferiti dagli Usa per raccontare il loro lato in ombra. Magari invitando a collaborare i veri Lucas e Roberts, felici (specie Lucas) di contribuire all’edificazione del loro mito. Tanto più che il poliziotto, arrestato il gangster, diventò il suo avvocato e grazie al suo aiuto smantellò la correttissima sezione Narcotici della Grande Mela … Ma la notizia migliore è che una vicenda così simbolica e complessa, quasi una controstoria dell’America, magistralmente scritta (da Steve Zaillian), montata (Pietro Scalia) e fotografata (Harris Savides), non ceda nemmeno un secondo alla tentazione dello stile ma resti puro, irresistibile, travolgente racconto. Servito da una regia ancora più invisibile del suo protagonista ma non meno efficace nel dare a ogni scena e a ogni personaggio il giusto peso. Senza appiattirsi sui due divi, Washington e Crowe, ma tenendoli al centro di un affresco traboccante di vivacità, intelligenza, comprimari (citiamo almeno lo sbirro traditore Josh Brolin, il padrino anglomane Armand Assante, la mammina di ferro Ruby Dee), sorretto dai ritmi e dai colori dei più spudorati anni 70. Un po’ come fece anni fa il quasi-debuttante P.T. Anderson con ‘Boogie Nights’ e il mondo del pomo, eletto a metafora di tutta un’epoca. Ma col nitore e l’impudenza del cinema-cinema, che nel bene e nel male riesce a rendere chiara, coerente, rassicurante, perfino una storia così cupa e terribile.” (Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 18 gennaio 2008)

“Sono due le peculiarità che fanno di ‘American gangster’ un poliziesco di qualità superiore. La prima è il disegno di una coppia di characters fortemente connotati, messi in opposizione ma tratteggiati, anche, dallo sceneggiatore Steven Zaillian con un’inversione particolarmente efficace degli stereotipi del genere. (…) Pur affascinante, l’opposizione non sarebbe sufficiente senza il valore aggiunto del linguaggio, che Ridley Scott (di nuovo in forma dopo un paio di film da dimenticare) usa sapientemente per stimolare nello spettatore l’attesa dell’incontro tra i due protagonisti. Il film è un’autentica lezione di montaggio: la storia è raccontata focalizzando a turno ora su Koberts, ora su Lucas; col procedere, si alternano scene più brevi, come ad accorciare le distanze fino alla convergenza dei due destini. A qualcuno sembrerà una notazione troppo tecnica
ma è proprio il montaggio che, in un film del genere, dà la possibilità di emozionarsi e godersi la vicenda. Si aggiunga che Scott è uno dei pochi registi capaci di tenere sotto controllo Russell Crowe, ricavandone un’ottima performance. Quanto a Denzel Washington, non è mai tanto bravo come nelle parti da cattivo. Nel 2001 si aggiudicò l’Oscar per il poliziotto putrido di ‘Training Day’: chissà che il suo padrino di Harlem non gliene frutti uno di più?.” (Roberto Nepoti, ‘la Repubblica’, 18 gennaio 2008)

“Nel copione di Steve Zaillan lo scontro, previsto e attesissimo, fra il gangster nero e il poliziotto bianco è rimandato per quasi due ore e mezza fino al sottofinale, quando Crowe arresta Washington all’uscita della chiesa sulle note di un inno religioso. A sorpresa, nel dialogo che si imbastisce in carcere, sul conflitto fra i due subentra una specie di rispettosa agnizione reciproca in cui ciascuno riconosce all’altro il diritto di rappresentare un personaggio della stessa commedia umana. In tutto ciò c’è un briciolo di verità, ma anche il palese intento di chiudere alla pari il match fra i due divi. A riportare nei termini reali questa deformazione formazione ‘da cinema’ ha provveduto il 31 ottobre scorso la diffusione sulla rete TV Bet un documentario in cui il vero Frank Lucas parla e straparla di sé e delle proprie gesta.” (Tullio Kezich, ‘Corriere della Sera’, 18 gennaio 2008)

“Terry George ha scritto un primo copione per il regista Antoine Fuqua, ma il film è stato cancellato per motivi di budget. È subentrato Steven Zaillian, premio Oscar per ‘Schindler’s List’, che ha strutturato il film alla Plutarco: le vite parallele di Lucas e di Roberts, il gangster e lo sbirro. Il problema del film è tutto lì (e si è aggravato quando, per la parte del poliziotto, è stato scelto un divo come Crowe): Lucas e Roberts devono avere la stessa presenza sullo schermo, e mentre la storia del primo è sconvolgente, quella del secondo è intessuta di cliché. Di sbirri onesti e macilenti, dalla vita privata devastata, ne abbiamo visti a centinaia. Ridley Scott si conferma un regista senz’anima: dategli un grande copione (‘Blade Runner’, ‘Il gladiatore’, ‘Le crociate’) e farà un grande film, dategli una schifezza (‘Hannibal Lecter’ docet) e farà una schifezza. Qui fa un normale poliziesco, decisamente troppo lungo (157 minuti), senza minimamente scavare nella personalità di Lucas e senza raccontare la Harlem anni ’60 e ’70 che dovrebbe essere molto più di uno scenario. ‘American Gangster’ è perfetto per una futura tesi di laurea sul tema: come prendere un’emozionante storia vera e trasformarla in un film falso.” (Alberto Crespi, ‘L’Unità’, 18 gennaio 2008)

“Un buon film, forte, solido e ben costruito, con lampi di vero talento. (…) I1 meccanismo parrebbe elementare, schematico, senza alcune immagini o inquadrature molto belle: l’incontro assai tardivo tra i due protagonisti, le immagini di morti per overdose, un assalto, l’eleganza dei neri in cappello di chinchilla e stivali d’argento coi tacchi, un requiem sbagliato per New York: ‘E’ diventata una fogna a cielo aperto: tutti rubano'” (Lietta Tornabuoni, ‘La Stampa’, 18 gennaio 2008).

“Investire centinaia di milioni di dollari in ‘American Gangster’ di Ridley Scott ha già avuto il suo tornaconto, ma artisticamente i1 film denota una carenza d’idee impressionante perché associata al nome di un regista che – con ‘I duellanti’, ‘Alien’ e ‘Blade Runner’ – realizzò il miglior cinema di trent’anni fa, all’incirca l’epoca nella quale si conclude la vicenda di ‘American Gangster’, inaugurata dai traffici di eroina dal Vietnam e dalla Cambogia che la guerra favoriva. La sceneggiatura di Steven Zaillian condensa più film in uno, estenuante e ripetitivo. ‘American Gangster’ mescola infatti quadretti familiari patriarcali in stile ‘Padrino’ a solitudini poliziesche in stile ‘Blade Runner’ dello stesso Scott.” (Maurizio Cabona, ‘Il Giornale’, 18 gennaio 2008)

“Seppur tratto da una storia vera, ‘American gangster’ è il regno artificiale del manicheismo poetico
ed estetico (buono/cattivo, bianco/nero, ben vestito/mal vestito) dal continuo rilancio speculare. E Ridley Scott è sempre lui: messa in scena spettacolare ma sostanza del racconto, impeto e furore dei caratteri (sfrangiati e intagliati nel manicheismo di cui sopra) mutuati da qualcos’altro di sedimentato nella memoria cinematografica col rischio di non farsi sentire. Due ore e trenta di echi inevitabili, vicinissimi: ritmo febbrile alla Scorsese, sfida mancata tra i protagonisti alla Mann, impianto livido newyorkese alla Lumet. Brandelli di senso epico e lirismo di riporto per mancanza (o banalità) dei propri. Probabile che l’ennesimo budget miliardario abbia definitivamente seppellito il talento degli oramai lontanissimi esordi.” (Davide Turrini,
‘Liberazione’, 18 gennaio 2008)

“Piacerà a un vasto pubblico, probabilmente. Non si può negare che ‘Amencan Gangster’ mantenga quel che promette. Nella fattispecie un prodotto di alta efficienza degno della factory di cinema (cioè Hollywood) più reputata del secolo. Per la saga di Frank Lucas si sono scomodati solo grandi professionals. Un famoso regista (Ridley Scott). Un grande sceneggiatore (Steve Zaillain). E naturalmente due grossi mattatori (Denzel Washington e Russell Crowe) per due ore e mezza impegnati allo spasimo a guardarsi in cagnesco, a giocare a chi è più affascinante. Particolare non trascurabile, tutti i big sono stati messi in grado di lavorare nelle migliori condizioni, con un budget superiore ai 100 milioni di dollari. Insomma ‘American gangster’ non delude. Ma nemmeno è il caso di dire ti manda in paradiso. Non ha il rigore antropologico dei ‘Bravi ragazzi’ di Scorsese né l’impatto spettacolare di ‘Heat’ o ‘Collateral . Appartiene alla categoria dei buoni prodotti stagionali. Non dei film epocali. Come un tempo avremmo preteso da Ridley.” (Giorgio Carbone, ‘Libero’, 18 gennaio 2008)

“Azione e psicologia, affanni e considerazioni attente di quegli anni, sul pubblico, sul privato, mentre, nonostante le necessarie pause per spiegare ed illustrare, i inarrestabili, tra sorprese, colpi di scena, scontri a fuoco, non ultimo quello che finirà per mettere i due uno di fronte all’albo dopo un assalto che consente a Ridley Scott di scrivere pagine infuocate di grande cinema. Lo assecondano, ciascuno per proprio conto, due interpreti carichi anch’essi di Oscar e alle soglie di riceverne quasi certamente degli altri. Il poliziotto è Russell Crowe, dimesso, ostinato, spesso ferito. Con modi, pur in tanto dinamismo, anche interiori. Il boss della droga è un gelido Denzel Washington, con sfumature però anche umane e, pur con momenti ironici, persino dolorose. Un duetto esemplare.” (Gian Luigi Rondi, ‘Il Tempo’, 18 gennaio 2008)

“I1 ritmo blues dell’attore Denzel Washington è lo specchio del film, lento, fluviale, ipnotico, action con risvolto esistenziale, lievemente dopato. La cinepresa di Ridley Scott pedina ipnotica le vite incrociate di Frank Lucas (Washington) e Ritchie Roberts (Russell Crowe), il poliziotto che cerca di incastrarlo. (…) Colori ocra. ambientazione surriscaldata, una discesa epica alle origini del crimine contemporaneo. Con invenzioni visive che portano dritti all’inferno, come quelle ragazze schiave che raffinano la droga, tutte nude per non poterne sottrarre neanche un granello.” (Piera Detassis, ‘Panorama’, 24 gennaio 2008)