Intervista al coreografo Michele Merola

Credo che i danzatori siano una razza di uomini speciale: silenziosi, timidi, ma grandiosi; sanno un altra lingua rispetto a quella con le parole, le frasi, le lettere, i suoni; sanno come si fa a stare in silenzio e parlare, parlarsi. Vederli è come leggere un libro.

La danza è come un bisturi, netta, precisa, profonda: un danzatore è un chirurgo della vita, la seziona per vederla e poi la danza. Come un chirurgo ha bisogno di disciplina: Michele, come è la giornata tipo di un danzatore? E perchè danzatore e non  ballerino?
Innanzitutto per anni si è parlato di ballerina e ballerino, quindi l’immagine che suscitano nella mente di chi ascolta è colui che pratica danza classica; danzatore è più contemporaneo.
La vita di un danzatore è difficilmente immaginabile: la giornata inizia sempre al mattino, solitamente sono 8 ore di allenamento che significa prove di spettacoli più immediati ma anche futuri: è una vita dura e logorante a livello fisico e mentale, devi sempre essere concentrato, lucido, energico. Oggi come oggi al danzatore si richiedono molte qualità: bravura tecnica, grande cultura, un’estrema competenza; non è un semplice esecutore, è un artista a tutto campo, deve dare sé stesso anche nella parte del montaggio con i coreografi, è parte attiva della creazione non solo parte passiva.
É piuttosto strano pensare ad un artista come ad un lavoratore, alla danza come a qualcosa che conta, che richiede impegano, in cui investire, che possa influenzare un mondo completamente alla deriva.
Anche Andrea Zanzotto,  poeta,  dopo la seconda guerra mondiale si chiese cosa si potesse ancora dire attraverso gli strumenti della poesia e dell’arte, del pensiero e della filosofia, ad un mondo che aveva preso coscienza delle atrocità che l’uomo era in grado di commettere contro i propri simili. Oggi, che la stripe umana sembra voler continuare a confermare la propria disumanità a tutte le latitutidini, cosa ha la danza da dire? Cosa l’inutilità può tentare contro tutto ciò che è utile, ma disumanizzante?
Michele Merola, coreografo per la MM contemporary Dance Company, non ci pensa, sa già la risposta a una domanda che probabilmente si fa tutti i giorni: è proprio il considerare la danza, la poesia o l’arte in generale, come inutile che è errato: investire sulla cultura e sull’arte significa poporre la Bellezza, rilanciare con i valori alti che la cultura porta con sé. È fondamentale riconoscere il bisogno di cultura alta, anche perchè la cultura rende liberi liberando il pensiero: la danza, la poesia, il cinema danno la possibilità alla persona di crescere interiormente, la facoltà di pensare con la propria testa e quindi di discernere cosa è giusto e cosa è sbagliato: ecco allora l’arte, fra cui la danza, può fare questo. Se i giovani hanno la possibilità di andare a teatro, di vedere, di gustare qualcosa di alto e di Altro da sé, per elevarsi, allora le brutture, forse, finiscono. Quindi: che gli inutili perseverino?
Certo, senza questa inutilità il mondo sarebbe di una tristezza infinita. Bisogna godere e insegnare a godere la Bellezza.
Certo è che il concetto di Bellezza è un concetto difficile e, volendo, poco oggettivabile: che cosa è la Bellezza per lei e in cosa la vede? Come fa a trasmetterla o a trarre la materia che trasforma in danza?
Trovo la Bellezza, sempre, nel quotidiano: mi piace raccontare quello che vedo intorno. Ovviamente sul palcoscenico si vede tutto trasformato, quando devo creare non narro in modo didascalico, ma quello che si vede è quello che vivo, che provo, che vedo nel mondo. Non mi permetto di raccontare cose che non conosco o di cui non sono pienamente cosciente. Penso che vivere in un mondo dove ogni cosa che si vede può essere trasformata in poesia di movimento, ogni cosa che si osserva è un motivo per leggere e far rileggere il mondo tramite  gli strumenti della danza, sia un mondo più degno di essere vissuto.
Questa tensione alla Bellezza, questa voglia di esprimerla attraverso lo strumento della danza da cosa è nata e quando? Cosa l’ha spinta? Quando e come ha pensato di voler fare il danzatore?
Io volevo fare il danzatore da quando ero piccolo, ci sono nato con la voglia di bellezza, di perfezione, che è quello a cui aspira la danza classica con le sue linee pure e la sua eleganza allo stadio più alto: insegna a cercare il bello.
Quando mi sono accorto che il bello va oltre a quello che è canonicamente riconosciuto come tale, che lo puoi leggere in tante cose, anche in quello che all’apparenza è brutto, allora sono cresciuto, sono passato alla danza moderna e ho cominciato a lavorare sulla parte coreografica che nient’altro è che la voglia di dire delle cose, di esprimersi.
Come uno scrittore che prima legge e da lì impara a scrivere.
Esattamente. Io ho imparato a parlare dopo: prima ero -e sono tuttora – una persona molto timida; mi riesce molto più semplice dire delle cose col corpo e col movimento. Quindi   dapprima parlavo col mio corpo, poi, con la sperimentazione, ho trovato moltissimo piacere nel fatto che fossero gli altri corpi, attraverso la mia voce, a dire delle cose:  sul corpo dell’altra persona la mia idea di mondo viene cambiata ed è questo, ciò che mi spinge a continuare come coreografo: è la diversità che mi stimola. Come uno romanziere scrive e il lettore, alla fine, ha letto un libro tutto suo.
Certo. Il coreografo scrive, scrive una partitura, scrive delle cose col corpo delle altre persone: se lo spettacolo fa pensare, anche cose diversissime da quelle da cui è partito il coreografo, allora ha fatto segno.
Ma si è felici quando si è considerati inutili? E cosa significa essere felici? Il monaco David Steindl-Rast sostiene che la felicità derivi dalla gratitudine, lei di cosa è grato? Ed  è felice della sua scelta di essere”inutile”?
Io sono grato a chi mi ha fatto scoprire la danza, mi ha fatto resistere in determinate situazioni dicendomi che no, non sarebbe stata una vita semplice nè una via facile; sono grato del fatto che attraverso al danza io ho un identità, e penso che, riprendendo anche la domanda iniziale,  la nuova generazione ha bisogno di un’identità, e la danza, la musica e l’arte in generale danno un’identità. Io senza il mio lavoro non sarei la stessa persona, mi mancherebbe una parte perciò sono felice di essere inutile.

Ma dobbiamo parlare del Bolero, che è quello che andrà in scena a teatro fra poco meno di un’ora. Michele Merola è qui perchè ha rivisitato il Bolero. Anche se ha detto che non  legge il libretto di sala, perchè prima gli piace vedere che pensieri nascono, e poi lo confronta con cosa ha pensato l’autore, a me spiega lo stesso i caratteri fondamentali della coreografia che ha creato: il Bolero è una partitura che a primo impatto è molto ripetitiva, puntando soprattutto sulla sua grande sensualità  ho cercato di seguire il crescendo che è la sua forza: la coreografia, è evidente, parte piano, con poche persone in scena, finisce con tutti, con il sapore di vita che ha l’esplosione finale. Nella partitura del Bolero ho fatto entrare tanti personaggi diversi: storie d’amore, di amicizia, di contrasti; con loro ho messo un muro che viene spostato in continuazione, che ingoia ed espelle persone e storie: è la vita quotidiana.  Il muro di volta in volta assume significati diversi: ti impedisce di vedere, ti apre il significato di qualcosa, separa, protegge. Alla fine tutti escono e il muro scompare: è l’abbattimento di ogni tipo di barriera. È il pensiero a cui il mondo deve aspirare: attraverso la danza voglio che gli spettatori arrivino ad un’unità di intenzioni, a qualcosa di più alto.
Credo che i danzatori siano una razza di uomini speciale, con il loro linguaggio diverso toccano delle corde universali e ci portano ad una comprensione più profonda di quello che ci sta intorno.
Grazie.

(Margherita Romei)