L’ultimo nastro di Krapp

Non si nota subito ma Il nastro di Krapp, la piece teatrale di Samuel Beckett, che verrà recitata da Fabio Gaccioli al Teatro Bismantova Venerdì 4 dicembre, parla d’amore. O della mancanza d’amore e delle sue conseguenze. Della tristezza di una vita fatta solo di morte e della sua vuotezza. Della salvezza che non arriva, della gioia che non si dà, del senso che non si trova, del tempo che si perde. Della fragilità che si nasconde, non si dona, quindi non può diventare forza.
Come in Aspettando Godot succede poco in scena, praticamente nulla: Krapp ascolta sé stesso che narra la propria esistenza mai realmente vissuta, sempre registrata, ingabbiata, fissata, trasformata in oggetto che tiene compagnia. Falsa, la compagnia. Sente il proprio nastro che racconta di un uomo vestito in bianco e nero, in divisa, che non sa immaginarsi diverso da quello che si trova ad essere e fa quello che ha sempre fatto: mangia banane, beve, fa le boccacce; bobine, cassetti, registratore.
La vita di Krapp è una vita strana, da matto. Ma matto non è chi non ha nessuno che ami le proprie stranezze? Disabile non è colui al quale non viene riconosciuta alcuna abilità, alcuna utilità per il mondo? Ma esistono delle persone così? Che sono completamente non-matte, che sono tutte utili e mai disabili? Io non so cucinare. Niente. Sono disabile? Mi mangio le unghie compulsivamente. Sempre. Sono matta?
Krapp ascolta un nastro. Continuamente. Bobina 5, scatola 3. Vecchio e sfatto, faccia bianca, capelli in disordine, grigi, naso paonazzo; da solo in scena; non è un dialogo, non è un monologo: è un tentativo di vita tramite la storia di un amore semplice, comune, che lascia Krapp, sempre, proteso sulla sedia come se volesse urlare, ma in silenzio; emozionato come se volesse vivere, ma vuoto di ogni calore umano; attonito come se volesse piangere, ma lì, sul punto di. Come sempre.
Eros e Thanatos, amore e morte, combinate, mai una sola senza l’altra: vissute, entrambe, danno all’uomo ciò che lo rende Uomo: Krapp è incapace di vivere perchè capace solo di morire, di “farsi morire” dalla sua vita resa oggetto. Incapace di amare e di farsi amare diventa matto.
Succederebbe a tutti, succede ancora oggi, continuamente: chi non è stato amato non ama e diventa pazzo; rimane da solo, muore senza aver vissuto nè l’amore nè la morte.

                                                                                                                      Margherita Romei