Venerdì 21 novembre, alle ore 20.30, in occasione del primo spettacolo della stagione teatrale 2014-2015 sarà inaugurata la mostra di Andrea Herman, immagini catturate dal giovane artista durante la passata stagione teatrale.
La mostra sarà visitabile negli orari di apertura di cinema e teatro fino al 14 dicembre 2014.
Di seguito alcune note di Andrea Herman che accoglieranno i visitatori della mostra e le parole dell’Assessore alla Cultura del Comune di Castelnovo ne’ Monti Emanuele Ferrari.
Mi è stata chiesta una mia piccola biografia. Non avendo molto da dire su di me preferisco scrivere qualcosa sulla fotografia, sul suo ruolo e sulle mie scelte per questa esposizione. Ricordo che anni fa, dopo un’accesa lotta con la mia ostinata pigrizia, ho riordinato il garage. Impilate su una scaffalatura, nascoste da scarti di ogni tipo, ho trovato delle scatole di latta che un tempo dovevano contenere dei cioccolatini (l’ho dedotto dalle raffigurazioni. Le scritte erano in fiammingo, lingua che, nonostante le mie origini, mi è del tutto sconosciuta). Sotto le scatole c’era anche un vecchio album vermiglio di pelle, che riportava la scritta: “cartes postales.” Ho aperto le scatole e l’album, scoprendo tre orologi fermi, un passaporto di mio nonno, madonne e crocefissi vari, un paio di occhiali dalle lenti spezzate poi, tutto il resto dello spazio, era riempito interamente da una quantità spropositata di fotografie. Le ho lette rapidamente, con lo stesso interesse che si può avere sfogliando un giornale di ieri mentre si aspetta un caffè. Non mi ci sono soffermato più di tanto, non le ho osservate nemmeno tutte, e nelle poche che ho osservato non sono riuscito a vedere oltre il macello che c’era in quel garage, ed il tempo che mi ci sarebbe voluto per metterlo a posto. Avevo un’idea chiara di come dovesse essere una fotografia, di quali canoni dovesse rispettare. Non c’era nulla del genere in quei ritratti posati, dove le espressioni riflettevano terrorizzate l’obiettivo fotografico che i soggetti avevano puntato addosso, come si trattasse di una pistola carica (to shoot, spara o scatta…) Nemmeno nelle istantanee sfuocate e prese solamente per avere un ricordino in più di una cerimonia, o di una giornata meno ordinaria del solito, c’era nulla di quello che, a mio parere, dovrebbe esserci in una fotografia. Brutte foto, ho altro da fare… le ho lasciate lì dov’erano e le ho dimenticate per anni.In questi giorni, interrogandomi su cosa scrivere per riempire questa paginetta, mi sono chiesto cosa fosse la fotografia, quale fosse il suo compito. Di certo è un linguaggio che studiato può essere letto, altrimenti semplicemente osservato come un segno, tipo le parole fiamminghe sulle scatole di latta. Quando il linguaggio viene compreso e riesce a caricarsi di significato, ecco che la fotografia diventa “arte” (per quel che vuol dire) o “letteratura.” Poi ho pensato agli aspetti materiali, gli aspetti tangibili della fotografia. Allora mi sono reso conto che prima di tutto la fotografia è una stampa (da file o pellicola poco importa, basta che si continui a stampare, altrimenti è complicato parlare di fotografia,) e questa stampa è un documento che, se in grado di resistere nel tempo, acquista anche una valenza storica. Questo dà allo scatto una qualità nuova e crescente, che prescinde l’aspetto tecnico od estetico.Credo sia proprio il lato più materiale della fotografia quello fondamentale. L’avere un oggetto che resiste, modifica nel tempo, si deteriora o si preserva, e contiene informazioni che ci possono ricordare da dove veniamo, per capire dove stiamo andando.Ripetendomelo mi sono ricordato di quei brutti scatti in garage e li ho ritirati fuori. Erano ancora lì, come li avevo lasciati. Ho letto nuovamente le fotografie, questa volta dedicandomici pienamente. Ho trovato in alcune di esse (non tutte, per carita! Alcune erano proprio tremende) una luminosa nostalgia che anni fa non avevo notato. Quei visi impacciati, sfuocati, spesso ingialliti, quei luoghi perduti, cancellati dal tempo, si mostravano anche oltre lo scatto. In loro c’erano epoche, racconti, modi che chiedevano d’essere ricordati, che riflettevano tutto quello al di fuori dell’inquadratura. Ho sentito che abbandonarli alla polvere dello scaffale voleva dire, in qualche modo, rinunciare alla ricerca sempre viva dell’uomo di spiegarsi a se stesso. Ho portato le scatole di latta in casa, con l’intenzione di conservarle. Il lavoro da me svolto a teatro ha portato a queste venti stampe. Le stampe sono state realizzate con carta e inchiostri che rispettano i più elevati standard d’archiviazione. Ho deciso d’investire lì i fondi a mia disposizione, rinunciando a supporti costosi che potevano risultare più accattivanti. Per quanto mantenga sempre copia dei file, quindi possibilità di ristampa, c’è sempre il rischio che essi vengano cancellati, o che gli manchi un giorno il supporto, vista la continua evoluzione degli strumenti informatici. Avere una stampa di qualità che non può essere cancellata e che è capace di durare nel tempo la ritengo una priorità. Ho fatto questo perché rimanga a lungo una traccia tangibile della memoria del teatro a cui ho avuto, grazie a Emanuele, Giovanni e Simona, la fortuna di partecipare, ed anche perché riosservando tra qualche anno queste mie fotografie, possa anch’io trovare nel mio lavoro quella nostalgia luminosa che solo il tempo può donare. Spero possano anch’esse dare un’idea d’insieme, essere specchi della loro epoca, buona “letteratura”.
Detto questo vi ringrazio di essere venuti e vi saluto con affetto.”
Herman Andrea
Kafka
Ho sempre pensato che i fotografi, nonostante il significato letterale di fotografia, nonostante il loro mestiere sia inscindibilmente legato alla luce, al quotidiano, inatteso scrivere con la luce, ho sempre pensato che i fotografi abbiano al contrario più familiarità col buio, le ombre. Se poi uno pensa di mettersi a fotografare in un teatro, nel tempo sospeso e insieme assoluto che si crea durante una prova, una recita di prosa, un concerto, una performance, questa vicinanza col buio diventa essenziale, come una seconda pelle. Si tratta infatti di abitarlo il buio, si tratta di attraversarlo, farne il proprio nutrimento, fino al punto che il fotografo stesso, l’uomo con la macchina (da presa), diventa egli stesso quel buio, quell’ombra, quel fantasma. E non so come, ma tutto questo mi fa tornare in mente Kafka. Mi fa pensare alla sua idea del luogo ideale per scrivere, forse anche per vivere: una tana. La camera oscura mi sembra la tana di Kafka. Un luogo nascosto, non so se pulito, ma certamente poco illuminato. Dove entrano solo piccoli rumori, residui di una vita che si svolge tutta al di fuori, una vita dall’altra parte della vita. Un luogo, la tana, dove qualcuno si muove in silenzio. Come un fantasma, a captare di lontano certi segnali, certi segni forse, la luce che fuori respira. Un uomo che scrive di notte, cercando di mettere in fila parole, come la musica misteriosa che viene dal buio. Che nel buio ritorna, lasciando forse una voce sottile nell’aria, risonanza inattesa, polvere di una ferita di luce, luce ferita. E non so come, non so perché, pensando alla tana, al buio che abbraccia tutta questa scrittura di luce, mi è tornata in mente la prima volta che ho conosciuto e ho parlato con Andrea Herman. Se non ricordo male era un giorno d’estate. Era venuto a casa mia per sapere cosa pensavo di un suo manoscritto. Ho capito subito era un tipo di poche parole. E a me quelli di poche parole piacciono subito. Allora gli chiesi soltanto a chi si era ispirato per scrivere, cosa pensava che io potessi trovare nella sua scrittura. Ricordo abbastanza chiaramente che mi disse Kafka. Nient’altro. Quando lessi il suo manoscritto non ci trovai Kafka. In effetti nella sua scrittura c’erano fin troppe parole. Ma lo stesso avevo sentito qualcosa di urgente, come una musica di sottofondo, una serie di piccoli rumori che forse un giorno potevano diventare musica, oppure una voce, una luce ferita, non so. E oggi, che guardo le sue foto, sento vicino questa risonanza misteriosa, sento qualcuno che si muove dentro una tana. Qualcuno che non ha paura di farsi ombra al servizio della luce, anche se la luce è soltanto un bagliore, una lama, una ferita. Nelle immagini di Andrea insomma mi sembra di ascoltare la voce di una storia di Kafka, forse anche la voce di Kafka. Mi ricordo che quel giorno che ci siamo conosciuti gli ho detto sinceramente quello che pensavo del suo manoscritto. Lui ascoltava in silenzio. Poi siamo andati nella stanza magazzino biblioteca e lì ho preso alcuni libri. Gli ho prestato qualche libro che pensavo fosse buono, di quelli che servono a trovare una voce, se uno vuole scrivere. Erano dei racconti di Carver immagino, ma soprattutto un romanzo di Juan Carlos Onetti, Per questa notte.Ancora una volta il buio, mi dico oggi. La storia di uno che attraversa il buio di una città. E in fondo ci vede una luce, come una specie di musica ferita.
Emanuele Ferrari

