Amin ha finalmente ottenuto, dopo due decenni di lavoro, la promozione che attendeva: è ora addetto agli interrogatori e spetta a lui rinviare dinanzi al giudice gli accusati per una condanna che poi sarà certa. Ha una moglie devota e due figlie che studiano. La maggiore ha un’amica che viene gravemente sfigurata durante una manifestazione. Come aiutarla senza farlo sapere al capo famiglia? Per di più l’arma che e stata consegnata ad Amin al momento della promozione scompare da casa e lui rischia il carcere se non la si trova.
Il seme del fico sacro mette in campo il più classico degli scontri generazionali: padri contro figli, con le madri nel mezzo, divise tra il sostegno alle figlie, solidali con chi in piazza protesta a rischio della vita (siamo nei giorni successivi all’omicidio di Mahsa Amini, uccisa a seguito delle percosse ricevute per non aver indossato correttamente l’hijab) e la comprensione verso il marito, giudice del regime obbligato obtorto collo a mandare a morte gli oppositori. Alcune scene, prima fra tutte l’interrogatorio delle due figlie, ricordano certe pratiche inquisitorie medievali e sono difficili da sostenere. Il finale, in una location che non riveleremo, vibrano d’orrore e di struggente bellezza, una contraddizione che fotografa perfettamente l’Iran oggi.




