DI LOUIS FERDINAND CELIN
Dalla Parigi dei cafè chantant veniamo brutalmente catapultati, insieme con lui, nell’incubo della grande
guerra, nel fango delle trincee, attraverso le traiettorie e gli scoppi di mitraglia, circondati e braccati da
quell’incontenibile, insano, spietato desiderio di massacro che i potenti di questo mondo elargiscono con disinvoltura e innata generosità ai popoli d’Europa: l’invenzione della patria e della nazione come vertice della barbarie che, tra il 1914 e il 1918 (e successivamente dal 1940 al 1945) si è posata come una corona di spine su un’intera civiltà, giunta al massimo del suo splendore economico e culturale.
“Guerra!”, il titolo che abbiamo dato alla prima parte di “Viaggio al termine della notte”, è un manifesto
antimilitarista tra i più radicali, spregiudicati e persino divertiti che siano mai stati scritti, e che viene
qui proposto in una veste ibrida, come ibrida, tra invenzione letteraria e autofiction, è la natura del romanzo.
Non è un reading, le parole dell’autore sono consegnate alla memoria dell’attore che offre la sua voce e il suo corpo alle pagine letterarie, ma non è nemmeno un monologo in senso stretto: nessun adattamento, nessuna variazione, nemmeno una parola è stata cambiata della pagina scritta. L’intervento drammaturgico si è limitato a un semplice lavoro di montaggio. L’impianto letterario è dunque conservato nella sua integrità e purezza. Lo stile unico dell’autore, quella petit musique su cui tanto lavorò nel corso della sua vita, è dunque restituita nella sua originalità, con la sola variante della traduzione dal francese.
Le parole dell’autore rivivono, dunque, per episodi frammentari, slegati dalla trama, come i ricordi allucinati di una mente reduce, però fedelissime, nella voce e nel corpo dell’interprete, colte all’istante
e amplificate, con i suoni della scena, dalla tessitura sonora di Nicola Bonacini, che slaccia e ricuce filamenti di senso e non-senso, all’interno di un ordito che sembra giungere, anche quello, dal nero fondo della notte dentro cui gli uomini e i popoli sembrano condannati a viaggiare, tra perdizione e un disperato, fioco anelito di vita.
