Miracolo a le Havre

il 23-02-2012

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4

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Finlandia

Aki Kaurismäki

2011

93

André  Wilms  Marcel Marx
Kati  Outinen  Arletty
Jean-Pierre  Darroussin  Monet
Blondin  Miguel  Idrissa
Elina  Salo  Claire
Evelyne  Didi  Yvette
Quoc Dung  Nguyen  Chang
François  Monnié  Droghiere
Roberto  Piazza  Little Bob
Pierre  Étaix  Dottor Becker
Jean-Pierre  Léaud  Informatore

Trama Marcel Marx è un uomo semplice, un ex-scrittore ritiratosi a Le Havre a fare il lustrascarpe insieme alla moglie Arletty. I suoi giorni scorrono tranquilli, finché una serie di accadimenti metteranno alla prova la sua calma: l’arrivo nella sua vita di un immigrato dall’Africa nera, l’ammalarsi della sua amata e il duro scontro con il sistema costituzionale occidentale. Tuttavia, il suo ottimismo non sembra cedere e il buon cuore degli abitanti del suo quartiere aiuterà non poco…

Critica “Lo stile è quello di sempre, la regia e la direzione degli attori anche, così come non cambia la voglia di scegliere i suoi protagonisti tra i reietti e i perdenti. Ma per una volta non sono la disperazione e lo sconforto a vincere bensì il sogno e la speranza, con il cinema che per una volta offre i suoi ‘poteri’ per cambiare la realtà in meglio, per piegarla ai desideri più belli. Succede così in ‘Le Havre’, l’ultimo film di Aki Kaurismäki, ambientato in questa città di moli e container ma anche di vecchi bar, piccole case di periferia e negozietti sfuggiti alla globalizzazione. (…) Miracolo è la parola giusta da usare, per sintetizzare lo straordinario equilibrio tra intenzioni e realizzazioni, tra semplicità della messa in scena e poesia della recitazione e dei dialoghi. Ma se a questo ‘miracolo artistico’ potevamo essere già preparati con Kaurismäki, quello che stupisce è proprio il ricorso a un miracolo vero e proprio per invertire la marcia della realtà. Il regista non chiude gli occhi di fronte al dolore dei mondo: parla di povertà, di immigrazione clandestina, di repressione, di malattia. Ma poi chiede al cinema di cambiare le carte in tavola, alla ricerca di quell’happy ending che una volta era visto come la prova provata del cinema oppio dei popoli.” (Paolo Mereghetti, ‘Il Corriere della Sera’, 18 maggio 2011)

“Dopo il pessimismo e la malinconia di ‘Le luci della sera’, il maestro finlandese torna ai toni più leggeri e all’humour geniale con ‘Le Havre’, uno dei film più belli in concorso. Riso e commozione sono da sempre colori presenti nella tavolozza di questo magnifico pittore di cinema, ma di rado capita di vederli così ben distribuiti sulla tela dello schermo. (…) Qui si assiste a una trasformazione al cui confronto lo ‘Spider Man’ di Hollywood fa pena. (…) Parte dalla semplice constatazione che qualsiasi stato, ordinamento, autorità, legge, necessità politica, arrivi a vietare il ricongiungimento di un bambino con la madre, diventa per ciò stesso spregevole, disumana, criminale. E’ una legge che un uomo, se è tale, può soltanto disobbedire. L’aspetto triste è che il film di Kaurismäki sia stato accolto a Cannes come un pura favola sull’immigrazione, la nostalgia di un artista sensibile per una solidarietà che si può vedere soltanto al cinema e non nella vita.” (Curzio Maltese, ‘La Repubblica’, 18 maggio 2011)

“Che meraviglia vivere nel mondo di Aki Kaurismäki, nella stradina quieta di una città di mare dove i vicini di casa si aiutano l’uno con l’altro, dove un giovane clandestino africano trova riparo e protezione, dove ci si ammala gravemente e si guarisce perché sarebbe giusto che ad ogni buona azione corrispondesse un premio. Ieri mattina ‘Le Havre’ ha ricevuto tanti applausi felici e soddisfatti. (…) Ogni tanto, in mezzo agli orrori e alle ingiustizie, qualcosa che provi a riconciliare con la parte buona dell’umanità, ci deve pur essere. Le Havre è nato da questa disposizione d’animo, dalla scelta di affrontare un tema serio e grave come l’immigrazione, con la doppia lente della favola ironica e della passione cinefila. Da una parte le figure tipiche del mondo dell’autore, con le loro facce più vere del vero, dall’altra i rimandi alle atmosfere dei film di Bresson, Melville, Tati, Carné. Anche i nomi dei personaggi non sono scelti a caso, ognuno ha il suo rimando cinematografico, ognuno ricorda qualcosa e qualcuno.” (Fulvia Caprara, ‘La Stampa’, 18 maggio 2011)

“La crisi della migrazione africana secondo il Chaplin finlandese Aki Kaurismäki è una storia che si ripete nel suo universo di colori tenui, cinema classico e personaggi perduti, ma non perdenti, nella composta e taciturna solidarietà sulla frontiera permanente tra la malinconia degli onesti e l’aggressività degli altri. E’ un mondo a parte, quello di Kaurismäki, l’unico grande ‘stilista’ del cinema europeo, un microcosmo perfetto per accogliere la peripezia di Idrissa, ragazzino magrebino in fuga per ricongiungersi con la madre a Londra, di passaggio e braccato dalla polizia nella imperturbabile Le Havre. (…) ‘Le Havre’ non è un omaggio al cinema di Carné, Arletty, Ophüls o della poesia di Prevert, ma l’incarnazione di un possibile nuovo soffio di quella sensibilità artistica e umana.” (Silvio Danese, ‘Nazione-Carlino-Giorno’, 18 maggio 2011)

“Delicato, con dei dialoghi brillanti, qualche ironica strizzata d’occhio ai capolavori del passato (‘Casablanca’, per esempio) ‘Le Havre’ si avvale di un accompagnamento musicale molto francese, con un po’ di jazz e di rock, quest’ultimo affidato a Little Bob, Robertino, al secolo Roberto Piazza, la risposta di periferia al mito parigino di Johnny Halliday. L’insieme è una curiosa fiaba urbana, dove i cattivi sono facilmente riconoscibili (un cameo di Jean-Paul Léaud), i poliziotti hanno un cuore, l’anonimato non esiste, si può essere felici anche con poco, la gentilezza, la cavalleria, il gusto semplice per le cose belle (un mazzo di fiori, un tramonto, una passeggiata) ripaga delle difficoltà della vita. André Wilms, attore caro al regista, come del resto Kati Outinen (Arletty), presta al suo Marcel il proprio fisico elegante e stropicciato; Jean Pierre Darroussin, volto noto in Francia e insieme nuovo acquisto, si inserisce nel cast con tranquilla autorevolezza.” (Stenio Solinas, ‘Il Giornale’, 18 maggio 2011)

“Aki Kaurismäki (…) torna, con questo film, a girare in Francia dove aveva già ambientato, vent’anni fa, il suo ‘Vita da Bohème’. (…) Un autore che si conferma, dietro il suo umorismo nero e perfino il cinismo, «un regista profondamente umanista, la cui opera è attraversata dal tema della dignità». L’uomo kaurismakiano è di preferenza povero di mezzi materiali (perfino il cibo), ma quei pochi li cede o li divide volentieri con chi ha meno di lui. Silenziosi e spesso malinconici (come il suo autore) i suoi personaggi possiedono però un’innata dote di solidarietà verso i più deboli e i bisognosi: danno senza chiedere niente in cambio: perché così è giusto che sia fatto. Laconico, melanconico, quasi dimesso ma acceso dai lampi di umorismo cui accennavamo, ‘Le Havre’ contiene più di uno spunto di riflessione sulla nostra società di quanto posa apparire o di quanto l’autore abbia mascherato sotto la patina del passato e, ancora una volta, è la musica rock-blues a costituire un punto importante di svolta narrativa. Conosciuta come la città del rock e del blues, Le Havre ha il suo Elvis (o il suo Johnny Halliday, se volete) in Little Bob (al secolo Roberto Piazza), una sorta di Little Tony locale. Sarà lui, con la sua simpatica verve da vecchio rockettaro sempre sulla breccia, a risolvere la situazione. Kaurismäki, cinema, rock: l’indistruttibile trinomio.” (Andrea Frambrosi, ‘L’Eco di Bergamo’, 18 maggio 2011)

“L’uomo bianco dialoga col bimbo nero. Appena incontrati, sembra si conoscano da sempre, che intimamente sanno di essere uguali, fratelli, l’uno ‘albino dell’altro’. E odiano buonismo, catechismi e retoriche, perché escono dallo sguardo Aki Kaurismäki, il genio degli universi capovolti. Che se da anni ci ha abituato a cine-miracoli, questa volta ci offre forse il suo più bello, summa di uno stile maturato nella migliore delle direzioni: il senso di verità. Una fiaba potente dentro a un film perfetto. ‘Le Havre’, primo di una trilogia ‘portuale’ in fieri, è lo sfondo di anti-eroi mescolati tra cittadini e migranti, dove anche le suole usurate hanno una dignità, negli echi mai celati di uno sciuscià contemporaneo. Con splendidi rimandi al cinema che Aki omaggia più di cuore che di testa, come i polverosi bordi di certa Francia marginale. Il trittico d’attori restituisce al meglio il taglio netto sull’ironia dei dialoghi secchi e vitali insieme. ‘lo non ho soluzioni per la crisi mondiale, faccio solo film’. Ci permettiamo una correzione: le sue sono ‘opere d’arte’.” (Anna Maria Pasetti, ‘Il Fatto Quotidiano’, 24 novembre 2011)

“Contro «chi guarda ma non vede», Aki Kaurismäki esercita il suo occhio allo stupore, popola il suo cinema di figurine pietrificate di fronte a un mondo capovolto. Non fa il poeta che orchestra una sinfonia irreale, semplicemente indica l’essenza delle cose, l’incanto dei dettagli. Inquadrature limpide, fermo-immagine sul ‘nulla’. Un po’ Marcel Carné nel ‘Porto delle nebbie’, ed è proprio a Le Havre che sbarca il regista finlandese con il suo ultimo capolavoro, omaggio al maestro. (…) Kaurismäki disegna il suo presepe laico – il miracolo è tutto umano – e dà il via a un thriller emozionante, gioco di equivoci e tranelli, ‘realismo poetico’ con humour. Questo si che è un ‘cinepanettone’, degno di Frank Capra. Gli angeli però sono il ciabattino e il fornaio, la signora della porta accanto, il portuale, e perfino l’ispettore Monet, sedotto da un dono inaspettato, un sontuoso ananas, che lo farà sciogliere di commozione. (…) Il film lievita nell’esilarante tocco di chi ha inventato i ‘Leningrad Cowboys’ e non ama i simboli (…) ma le persone.” (Mariuccia Ciotta, ‘Il Manifesto’, 25 novembre 2011)

“Tra i tanti grandi autori ‘abbonati’ al Festival di Cannes, uno dei pochi ancora misteriosamente mai premiati con la Palma d’oro è Aki Kaurismäki. Eppure il grande finlandese di ‘Nuvole in viaggio’, ‘L’uomo senza passato’, ‘Le luci della sera’, è uno di quei registi che fanno sempre lo stesso film ma ogni volta ci incanta. Non è ancora un aggettivo perché il nome non si presta. E non sarà mai popolare come merita perché si ostina (per fortuna) a fare l’elogio della povertà attraverso dropout, barboni, operai, lavoratori dai gesti lenti e dalla lingua curata. Filmati con tutto l’amore, la fantasia e l’umorismo a miccia lenta con cui riprende i muri scrostati, le insegne scolorite, i bar di quartiere dove la gente ancora si parla e magari si dà una mano. Perché da nemico della modernità (dei suoi costi, della sua estetica) Kaurismäki sa che la solidarietà è sorella della penuria; e che solo dove manca quasi tutto si trova ancora l’essenziale. (…) Altro che ottimismo della volontà. Qui siamo al potere taumaturgico della bontà, che sconfina nella fede – fede nel cinema – ed esige spettatori devoti. Anche se Kaurismäki ‘predica’ attraverso oggetti desueti quanto carichi di sentimento come vecchi juke box, lunghe chiacchierate, bicchierini di calvados; e gesti invisibili che spostano le montagne. Gli scettici alzeranno le spalle, ma è un problema loro.” (Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 25 novembre 2011)

“Aki Kaurismäki non è soltanto uno degli autori più interessanti del cinema finlandese, ma ha acquisito anche una fama europea in virtù dei suoi spostamenti in altri Paesi. Com’è il caso del film di oggi realizzato in Francia anche se sempre con coproduzioni finlandesi e scandinave. La storia che, come di consueto Kaurismäki si è scritta, riguarda un tema oggi molto visitato anche dal cinema, quello dell’immigrazione clandestina attualissimo non solo da noi (‘Il villaggio di cartone’, ‘Terraferma’), ma anche in Francia. (…) È quasi un coro, dalle molte facce nitidamente espresse, con un arco narrativo e un limpido stile di regia che evitano le trappole del sentimentalismo facile. Anche nel secondo finale, dopo il bambino in salvo, quello della moglie guarita. Certo, pur con echi precisi di cronaca, siamo in una favola, ma Kaurismäki riesce a suscitarvi in mezzo l’autentico. Aiutato anche dai suoi interpreti, Andrè Wilms, il protagonista, e Jean-Pierre Durroussin, il poliziotto. Due maschere segnate e forti.” (Gian Luigi Rondi, ‘Il Tempo cronaca di Roma’, 25 novembre 2011)

“Va bene che manca poco a Natale, però anche De Amicis buonanima avrebbe da ridire su tanta melassa. (…) Non proprio da buttare la favola di Kaurismäki, abituale menestrello dei poveri, ma tutti quei santi non s’incontrano neanche nel presepe.” (Massimo Bertarelli, ‘Il Giornale’, 25 novembre 2011)

“‘Miracolo a Le Havre’ di Aki Kaurismäki è anche un piccolo miracolo cinematografico. Il regista finlandese ha ricreato in Francia il suo mondo popolato da piccoli epici personaggi, teneri e stralunati, per mettere in scena questa volta la storia di Marcel, un lustrascarpe ex bohemien che vive felice con la premurosa moglie Arletty, gravemente malata all’insaputa del marito. (…) E così il regista ci regala una favola gentile che celebra l’aspetto più nobile degli esseri umani, quello che spinge all’amore e alla solidarietà, alla compassione e alla voglia di aiutare i più deboli.” (Alessandra De Luca, ‘Avvenire’, 26 novembre 2011)

“Tappatevi le orecchie, non leggete le interviste, correte a vedere ‘Le Havre’. (…) L’ultimo film del regista finlandese – come tutti i precedenti – è una meraviglia. (…) Aki Kaurismäki con il neorealismo non c’entra nulla: lo certificano le sue inquadrature da fumetto, i suoi dialoghi mai lagnosi, i colori della sua tavolozza. Vi sembrano neorealismo una staccionata e una casetta blu? E il maglione jacquard del ragazzino immigrato? Perfino il panino imbottito è pop, figuriamoci il cattivo ispettore delle dogane con cappello e impermeabile.” (Mariarosa Mancuso, ‘Il Foglio’, 26 novembre 2011)

“Benvenuti nell’era dell’ottimismo. Sembra un controsenso visti i tempi che viviamo, ma qualcuno azzarda una possibilità, presentando una realtà diversa, dove per essere felici basta poco e quel poco si è pronti a dividerlo con chi ha meno. Lo fa il regista Aki Kaurismäki che, con ‘Miracolo a Le Havre’, affronta il tema dell’immigrazione clandestina nella ‘fortezza Europa’ seminando buonismo tanto sfacciatamente da non correre il rischio di venire bollato come naïve. (…) In questo film delicato e toccante del regista finlandese – i cui eroi sono sempre i perdenti e gli esclusi secondo i canoni correnti – tutto sembra volto al bene; ogni cosa pare magicamente andare come dovrebbe: le persone si aiutano tra loro, chi ha appena litigato si riappacifica come nulla fosse accaduto, solidarietà non è una parola vuota ma uno stile di vita, persino chi deve far rispettare le leggi rifiuta come può di applicare quelle ritenute ingiuste appellandosi al buonsenso e alla propria coscienza. I cattivi, o presunti tali, sono inevitabilmente destinati a perdere. Il lieto fine, dunque, appare scontato, nonostante l’emblematica frase di Arletty che vorrebbe riportare tutti alla drammaticità della realtà. Al dottore che le spiega la gravità del suo male, aggiungendo però con intento consolatorio che «a volte i miracoli avvengono», la donna risponde secca: «Non nel mio quartiere». Ma Kaurismäki – grazie a una sceneggiatura leggera ma non banale, a bravi attori con volti veri e a una colonna sonora a tratti d’altri tempi – vuole convincerci invece che, sì, i miracoli possono accadere. Anche quando non ci si crede. Ottimismo è, quindi, la parola chiave. Ma forse ancora di più lo è fiducia. Una fiducia che si traduce nella speranza che le cose possano cambiare, che il mondo possa diventare un posto migliore. Così il bel film ‘Miracolo a Le Havre’ – apprezzato a Cannes, dove ha ricevuto il premio della critica e la menzione speciale della giuria ecumenica – ci chiede, con grande poesia e non senza ironia, di gettare uno sguardo positivo sulla realtà, nonostante le difficoltà, e di confidare ancora negli uomini, nella loro capacità di fare la cosa giusta. (Gaetano Vallini, ‘L’Osservatore Romano’, 3 dicembre 2011)

Note – MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA ECUMENICA E PREMIO FIPRESCI AL 64. FESTIVAL DI CANNES (2011).
– TRA GLI INTERPRETI: IL CANE ‘LAIKA’.