Il Secolo Breve. Donne, guerra e Resistenza
GIOVEDI’ 1 OTTOBRE ORE 21.00
NOVECENTO-ATTO I, Bernardo Bertolucci, 1976
Per inquadrare quest’opera che giustamente oggi consideriamo fondativa dell’identità italiana occorre osservare come, a cinquant’anni esatti dalla sua uscita, Novecento sia ora celebrato come opera d’assoluto valore: tutti gli attacchi riscontarti all’epoca, principalmente incentrati sulle scene di sesso (ricordiamoci che nel ‘72 Bertolucci, con Ultimo Tango a Parigi, ruppe definitivamente il monopolio che la Chiesa ancora esercitava sull’argomento “sesso” in Italia), ma che, neppure troppo velatamente, attaccavano la forte critica che il regista faceva alla “borghesia più ignorante d’Europa” (Pasolini), che appoggiò senza remore l’avvento del fascismo, e allo Stato stesso, giustamente mostrato vile e servile mentre carica i dimostranti, affamati e offesi dalla miseria. Anche le tanto criticate scene madri (il padre che suona l’ocarina ai figli per fargli passar la fame, ad esempio), oggi risplendono di assoluta bellezza. Girato nella bassa padana, con attori in parte future star globali in parte presi dalla strada, Storaro che fa le prove alla fotografia con gli Oscar che arriveranno e Morricone alle musiche come sempre splendide, quest’opera ha cinquant’anni ma sembra fatta ieri.
GIOVEDI’ 8 OTTOBRE ORE 21.00
NOVECENTO-ATTO II, Bernardo Bertolucci, 1976
Nell’Atto I i mattatori erano attori di assoluto livello, Stefania Sandrelli, Gérard Depardieu, Robert De Niro, Burt Lancaster, Dominique Sanda, mentre in questo Atto II assistiamo alla performance di due attori altrettanto superlativi, Laura Betti e Donald Sutherland, colto un attimo prima di “diventare la lingua di Fellini” ovvero Il Casanova, qui nella parte di Attila, la tremenda camicia nera che compie nefandezze inenarrabili, subendo poi la rabbia popolare che allude, senza troppi fraintendimenti, alla tremenda resa dei conti che seguì la caduta del fascismo e che nel film per poco non coinvolge anche il padrone Alfredo-De Niro, tenuto sotto tiro da un ragazzino. Molto criticato all’epoca per un eccesso di retorica, populismo e melodramma, critiche che sono continuate anche in anni non troppo lontani (basta rileggere la scheda del Mereghetti nella prima edizione del ’93), oggi appare non più come un fratello minore dell’Atto I, ma come una naturale evoluzione degli eventi narrati nel primo atto, uno spettacolo per gli occhi: la riscossa contadina e l’arrivo dei partigiani scaldano cuore e occhi.
GIOVEDI’ 15 OTTOBRE ORE 21.00
ADUA E LE COMPAGNE, Antonio Pietrangeli, 1960
Pietrangeli è poco noto al grande pubblico, anche se i suoi film sono delle amare riflessioni sull’identità italiana e soprattutto sulla condizione della donna, narrate con una lucidità e una profondità che per trovare un equivalente oggi occorre guardare ai grandi maestri iraniani. Qui un gruppo di prostitute (Simon Signoret, Sandra Milo, Emanuelle Riva, Gina Rovere) provano a rifarsi una vita aprendo una trattoria per coprire la loro attività diventata illecita dopo la chiusura delle case chiuse. Ci prenderanno gusto, la vita di trattoria sembra ridare una possibilità a queste giovani ragazze ma “chi nasce povero non muore ricco” e le cose andranno in un’altra direzione. Modugno che interpreta sé stesso in un breve ma splendido cameo, uno dei finali più belli della storia del cinema, tutto giocato sulle ultime, lancinanti inquadrature, un Mastroianni a impreziosire un cast di assoluto rispetto capeggiato da Simone Signoret, qui francamente superlativa (ma anche Anna Magnani non avrebbe sfigurato). Adua e le compagne resta oggi un film che ti fa capire quanto cinematograficamente siamo stati grandi in quegli anni di forti speranze, forse i migliori, accanto alla grande commedia americana.
GIOVEDI’ 22 OTTOBRE ORE 21.00
IO LA CONOSCEVO BENE, Antonio Pietrangeli, 1965
La giovane Adriana lascia la famiglia e va a Roma in cerca di fortuna. Sembra l’inizio di Mullholland Drive o di The Neon Demon, dove il canovaccio è l’innocenza della giovane fanciulla tra squali e opportunisti dipinti in una metropoli vista come luogo di perdizione e nefandezze. Come nei film citati e nonostante la presenza di assoluti mattatori (Tognazzi, Manfredi, Enrico Maria Salerno, Mario Adorf), in questo film non si ride, anzi. Interpretato da una giovane Sandrelli che spezza il cuore per la sua assoluta ingenuità, imposta da Pietrangeli stesso contro il parere di tutti che, di fatto, la lancia nello stardom dell’epoca. Il ritratto dell’Italia è spietato, talmente spietato che sembra oggi: una fauna di ruffiani, millantatori, approfittatori da due soldi, arrivisti e spiantati. La Sandrelli è perfetta e la parte della piccola Cenerentola che entra nel bosco (Roma) sembra su di lei un vestito su misura. Anche questa pellicola non ebbe una gran accoglienza: Gianluigi Rondi scriveva all’epoca “Io la conoscevo bene è “un’osservazione acuta e dolorosa del nostro costume contemporaneo. Purtroppo queste intenzioni non sono state adeguatamente servite né dal testo, né in molti casi dalla regia”. Oggi, all’unanimità, questo titolo è considerato un capolavoro del cinema italiano.
GIOVEDI’ 29 OTTOBRE ORE 21.00
IL GENERALE DELLA ROVERE, Roberto Rossellini, 1959
Siamo nel 1944, sotto la Repubblica Sociale Italiana. Un poveraccio campano, truffatore, amante delle donne e del gioco d’azzardo, sembra avere il suo colpo di fortuna quando incontra un colonnello tedesco che ne intuisce le debolezze per poterlo utilizzare come ricattatore al soldo dei nazisti. Come ne La Grande Guerra (Monicelli), film con il quale condivise il Leone d’Oro a Venezia nel ’59, Il Generale della Rovere sembra essere una riflessione sul carattere italico: se nella prima parte vigliaccheria e servilismo sembrano farla da padrona, senza sconti per nessuno, nella seconda Indro Montanelli, allora sceneggiatore, sembra concedere una sorta di riscatto, seppur amaro, al nostro bistrattato personaggio. Il Generale della Rovere è il capolavoro meno citato di Rossellini soprattutto rispetto a Roma Città Aperta, Paisà e Germania Anno Zero, per citare solo i titoli inerenti il tema, ma di certo non è quello peggio riuscito: Vittorio De Sica che interpreta Emanuele Bordone, il truffatore da strapazzo che si fa passare per colonnello, è forse una delle sue interpretazioni migliori, pur ricordandoci che razza di attore fosse De Sica, mentre la scrittura resta un esempio di lucidità nel tratteggiare l’italianità senza scorciatoie: splendori e miserie dell’italiano nudo e crudo.
